In 27 anni non è mai uscita un’autrice per l’analisi del testo. L’idea di fondo è che gli scrittori scrivano per tutti mentre le scrittrici solo per le lettrici. Un monopolio maschile inculcato fin dai primi anni di scuola e certificato dalla maturità
Gli scrittori scrivono per tutti, le scrittrici solo per le donne. Il senso comune viene consolidato dal canone e dai programmi scolastici. E poi trova conferma nell’esame di maturità: in 27 anni non è mai uscita un’autrice per l’analisi del testo. All’unica Nobel italiana per la letteratura, Grazia Deledda, quest’anno non sono bastati nemmeno due anniversari tondi, quello di nascita e quello dell’assegnazione del premio svedese. Una sorte diversa da quella del coevo Luigi Pirandello, che in una lettera definì la collega «una brava massaia sarda»: le opere del drammaturgo sono state scelte ben due volte, nel 2003 e nel 2024.
Ma la lista delle escluse è lunga: tre a zero per Eugenio Montale-Amelia Rosselli, uno spazio ad Alberto Moravia e nessuno a Elsa Morante, lo stupore per l’iper contemporaneo Claudio Magris e la percezione di normalità di fronte alla totale assenza di qualunque autrice. Classica o contemporanea, blasonata o misconosciuta che sia. E se il canone non è neutro, non lo sono nemmeno i suoi effetti: «Persino i bambini, lo vedo nel mio lavoro, pensano che un libro scritto da “una femmina” sia un libro “per femmine”. È un pregiudizio che nasce a scuola», racconta a Domani Carolina Capria, scrittrice e responsabile della pagina social lhascrittounafemmina.
È un problema di sguardo: «Bisogna abituarsi a considerare ciò che non viene inquadrato, tenere conto delle assenze, esercitando quello che Daniela Brogi chiama “fuori campo attivo”», ci spiega Elisa Gambaro, professoressa di Letteratura italiana contemporanea dell’Università statale di Milano. Perché il monopolio maschile è alimentato da un circolo vizioso: «I funzionari ministeriali sembrano ricorrere alle proprie sbiadite memorie: il Novecento italiano ha grandi scrittrici, eppure si scelgono autori dimenticati come Vitaliano Brancati, che i ragazzi non avranno nemmeno mai sentito nominare». Così facendo, spiega Gambaro, i rapporti di forza riconfermano lo status quo. Anche in letteratura.
Il punto non è aggiungere i nomi delle donne a una lista, ma decostruire i criteri di scelta del canone: «Il maschile è percepito come neutro, universale: è l’essere umano. Le donne invece sono l’altro, ciò che non è maschio: un derivato connotato», specifica Capria. «Se fossero uscite due autrici, sarebbe stata la maturità delle femmine». E quella in cui una maturanda può finalmente confrontarsi con una scrittrice, e sentirsi vista.
«Un pezzo di mondo culturale è stato completamente cancellato. Ma è un’assenza così evidente che credo che gli stessi studenti se ne rendano conto», spiega Nicoletta Vallorani, scrittrice e professoressa di Letteratura inglese contemporanea all’Università degli studi di Milano. «Le riflessioni accademiche e le reazioni comuni, ma anche gli studi universitari, lo dimostrano. Qualcosa sta cambiando, seppur in ritardo. Serve riconoscerlo, per far sì che l’esclusione futura non sia una profezia che si auto-avvera».
Cambiare sguardo significa riconoscere l’automatismo e mettere in discussione «anche la propria libreria». «I lettori e le lettrici – sottolinea Capria – fanno tantissimo: Alba de Céspedes e Goliarda Sapienza sono tornate sugli scaffali anche grazie a noi». Insieme a loro, è fondamentale il lavoro, spesso sottostimato, dei docenti: «Tante insegnanti mi scrivono per raccontarmi le loro lezioni e i loro sforzi di recupero. Da poco ho visto moduli meravigliosi su Elena Ferrante, per dirne una».
Non stupisce che Elsa Morante volesse farsi chiamare “scrittore” in un’epoca in cui una romanziera, nella didascalia di una rivista, veniva prima definita «la moglie di Moravia» e solo in un secondo inciso «l’autrice di Menzogna e sortilegio». Morante non voleva essere definita da una specificità femminile, non voleva che qualcuno dicesse «l’ha scritto una femmina». Ambiva all’universale. Ogni femminismo va contestualizzato: oggi sappiamo quanto sia importante declinare le professioni. Eppure l’obiettivo è in parte lo stesso. Opporsi, con gli strumenti del proprio tempo, a un’esclusione. Illuminare ciò che viene tenuto fuori dalla scena.
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