Le tracce della maturità 2026 sembrano attraversate da una domanda insistente: che cosa significa diventare adulti? La responsabilità evocata da Frank Furedi, la fatica celebrata da Mario Calabresi, la memoria custodita da Vitaliano Brancati, la meraviglia adulta ricercata da Wenke Husmann e il civismo repubblicano di Giuseppe Saragat compongono un mosaico sorprendentemente coerente. Più che interrogare i problemi del presente, il fascicolo sembra interrogarsi sulle qualità che gli adulti ritengono necessarie per diventare adulti.

Se le tracce del 2024 erano centrate sulla trasmissione di un patrimonio culturale e quelle del 2025 sulla trasmissione di regole e valori condivisi, quelle del 2026 sembrano fare un passo ulteriore: al centro non c’è più soltanto ciò che bisogna sapere o rispettare, ma il tipo di persona che la scuola dovrebbe contribuire a formare.

Le grandi questioni collettive del presente – crisi ambientale, trasformazioni tecnologiche, disuguaglianze, migrazioni, conflitti internazionali – scompaiono quasi completamente dall’orizzonte delle tracce. Al loro posto troviamo una serie di disposizioni personali, virtù individuali: ricordare, impegnarsi, meravigliarsi, diventare adulti, essere responsabili, contribuire alla vita democratica. È forse questa la continuità che lega le tracce degli ultimi anni e che trova oggi una formulazione particolarmente evidente nelle nuove Indicazioni nazionali.

La stessa logica attraversa anche le tracce che, almeno in apparenza, sembrerebbero introdurre punti di vista diversi: la letteratura, la storia e la scienza.

Per la tipologia A vengono scelti Cesare Pavese e Vitaliano Brancati: una poesia d’amore completamente decontestualizzata e una pagina di diario dedicata ai ricordi. Le domande orientano entrambe le letture verso il desiderio, la memoria e l’esperienza personale. La letteratura perde così gran parte della sua dimensione storica, politica e conoscitiva – non parliamo neanche di quella metrica e stilistica – per diventare soprattutto un pretesto per la produzione di discorsi sull’esperienza personale. E ciò avviene in sede d’esame, dove l’esposizione di sé finisce per diventare essa stessa una prova di maturità.

Anche il discorso pronunciato da Giuseppe Saragat all’Assemblea costituente nel 1946 viene sottoposto a una selezione tutt’altro che neutrale: sono privilegiate le parti dedicate alla concordia, alla responsabilità morale e al civismo repubblicano, mentre rimane sullo sfondo il contesto conflittuale da cui quelle parole nascevano: la lotta contro il fascismo, le rivendicazioni sociali, le tensioni della ricostruzione. Anche in questo caso una questione storica e politica viene trasformata in una questione morale.

Persino la scienza entra nel fascicolo attraverso una trasformazione analoga. Il brano di Piero Bianucci non presenta la ricerca scientifica come metodo o costruzione collettiva della conoscenza. Al centro troviamo invece la creatività del singolo ricercatore, l’intuizione, il caso fortunato e il coraggio di andare controcorrente. Le scoperte scientifiche vengono raccontate come vicende personali di talento e immaginazione. La scienza entra così nell’esame come ulteriore repertorio di virtù individuali, anziché come sapere specifico o come strumento per comprendere problemi contemporanei.

La domanda conclusiva della traccia di Wenke Husmann, unica autrice presente nel dossier – «Esiste una versione adulta dell’incanto?» – potrebbe funzionare come domanda riassuntiva dell’intero esame. L’intero fascicolo sembra interrogarsi su ciò che un individuo dovrebbe conservare o acquisire nel passaggio all’età adulta.

Presentando le tracce, il ministro ha spiegato che l’obiettivo della maturità è la «promozione della persona dello studente» e l’acquisizione della libertà da ogni condizionamento. Le prove di quest’anno sembrano però attribuire alla scuola soprattutto una funzione di socializzazione: accompagnare gli adolescenti verso l’assunzione e l’interiorizzazione di ruoli, responsabilità e valori condivisi.

Per farlo, spostano l’attenzione dalle questioni che le discipline pongono ai modi in cui esse possono contribuire alla formazione della persona. Viene da chiedersi allora: la libertà nasce dall’integrazione in una comunità già formata o dal confronto critico con i modi diversi in cui gli esseri umani, ancor prima di diventare adulti, conoscono e trasformano il mondo?

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