Da una parte c’è la Milano glamour che si è fatta ancora più abbagliante per le Olimpiadi Invernali con le sue gare, gli eventi, i padiglioni sgargianti. Uno spettacolo, a tratti bizzarro, animato da mascotte danzanti, marketing incessante, via vai di turisti, gentrificazione e da quel pop kitsch che qui è là abbiamo visto anche nella cerimonia di apertura. Dall’altra, c’è la Milano dei senzatetto che mai come quest’anno muoiono di freddo: sette in meno di un mese e mezzo. «Non ricordo una conta così tragica in un lasso di tempo così breve», spiega Mario Furlan, fondatore dei City Angels, a poche ore dal ritrovamento del settimo cadavere. 43 anni, di origine marocchina, dormiva sotto un cavalcavia nel parco di via della Pecetta in zona Ghisolfa, storico quartiere popolare del capoluogo lombardo.

L’allarme è scattato qualche minuto prima delle 19 di giovedì 12 febbraio, ma, quando il 118 è intervenuto, per l’uomo non c’era più nulla da fare: i primi segni di decomposizione sul corpo lasciano pensare che fosse deceduto già da alcuni giorni. «Non è una zona che seguiamo, ma è capitato che i volontari passassero anche di lì. Dicono che era una persona riservata. Lo vedevano stare per conto suo, tra le moto», aggiunge Furlan. Il presidente dell’associazione che aiuta i senzatetto milanesi si sente di escludere che il bollettino dei morti del 2026 sia in qualche modo correlato con i Giochi invernali: «Certo, alcune zone, come quella della Stazione Centrale, sono diventate rosse, quindi i clochard sono stati allontanati. Ma non è che le cose siano cambiate rispetto al passato. Credo sia dovuto al freddo che abbiamo avuto».

Questo non vuol dire che ci si possa deresponsabilizzare. Al netto delle polemiche, «Milano è la seconda città in Italia (dopo Roma) per numero di clochard, ma è quella meglio organizzata e attrezzata per far fronte all’emergenza».

Troppe vite dimenticate

Viene da chiedersi perché, allora, nel giro di pochi giorni ci si ritrovi con una conta così tragica: una settimana prima del ritrovamento nel parco di via della Pecetta i carabinieri avevano rinvenuto un corpo senza vita e documenti in via dell’Aprica. Lo stesso destino era toccato a un sessantenne ucraino morto sotto una tettoia in viale Cassala il 4 febbraio. E, ancora, andando a ritroso, altri quattro senza fissa dimora sono deceduti in altrettante aree di Milano da inizio dell’anno.

Uno dei problemi è la scelta di alcuni di non sfruttare le strutture di accoglienza che la città offre: 1.700 posti letto per circa duemila senzatetto presenti sul territorio. «Tanti, però, non accettano perché ci hanno già provato e hanno avuto brutte esperienze. Magari sono stati derubati o hanno litigato con altri ospiti». Per qualcuno il problema è che non possono andarci insieme ad amici o partner dell’altro sesso. Altri, ancora, non possono portare con sé il cane: «Ci sono delle regole da rispettare come, chiaramente, il divieto di droghe e alcol, oltre a un iter burocratico e ospedaliero che prevede il test di Mantoux (per rilevare l’infezione da tubercolosi, ndr)». Tutti motivi per i quali non è detto che chi decide di entrare in queste strutture poi ci rimanga.

Più tende

Secondo Furlan, vista la ritrosia, qualcosa andrebbe semplificato. «Si potrebbero dare spazi come le tende che c’erano in zona Stazione Centrale o i mezzanini delle metropolitane». Soluzioni di passaggio che permetterebbero ai volontari una migliore opera di persuasione che in molti casi, però, è quasi impossibile: «Tanti hanno problemi di salute mentale, quindi è difficile poterci ragionare. Bisognerebbe procedere con tso che mettano al sicuro queste persone perlomeno nei periodi più freddi dell’anno».

E poi ci sono le complicazioni legate al consumo di alcol: «Sono in preda alla disperazione e hanno freddo. Bere può sembrare la soluzione più immediata, ma li espone non solo ai classici rischi di chi abusa, ma anche a morire per le basse temperature senza nemmeno accorgersene».

È capitato che a ritrovare i cadaveri fossero proprio i volontari: «Quando vediamo qualcuno che dorme in strada verifichiamo se si muove. Se abbiamo motivo di pensare che non respiri controlliamo che non si tratti di cadaveri». Se succede non è facile: «Hai la prova che non puoi salvare tutti. Ti senti impotente. Il nostro traguardo è quando riusciamo a mettere queste persone nelle condizioni di camminare con le proprie gambe. È quando lasciano il nostro centro di accoglienza perché li abbiamo aiutati a trovare una sistemazione e un lavoro o la pensione», continua Furlan.

E, mentre a fine gennaio l’Istat ha concluso una nuova rivelazione delle persone senza dimora nelle 14 città metropolitane italiane («Milano compresa. Sono dati e informazioni che sono utili sia a noi volontari che alle istituzioni»), City Angels continua a battere il territorio con il bus degli Angeli. «Si tratta di un vero e pullman messo a disposizione da Atm (l’azienda di trasporto pubblico di Milano, ndr) nei mesi più freddi. Da lunedì a venerdì ci permette di gestire meglio la nostra attività rispetto ai semplici furgoni: facciamo salire i senzatetto, ci parliamo, proviamo a convincerli a farsi aiutare», racconta Furlan.

Che ai cittadini consiglia: «Quando vedete un clochard può bastare anche un saluto a distanza per valutare se è pericoloso o se vi potete avvicinare. Magari la domanda “Come stai?” non è la più indicata in questi casi, ma bastano due chiacchiere per farli sentire meno invisibili». Meglio evitare, però, di dare loro soldi: «Potrebbero usarli in modo sbagliato. È più utile comprargli un panino, della frutta o delle barrette energetiche», conclude.

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