A Parigi il Collectif Les Morts de la Rue ricostruisce le storie di chi è vissuto e morto da invisibile nelle grandi città francesi. In Italia non esistono grandi realtà con questo specifico obiettivo, ci sono però associazioni di contrasto dell’esclusione sociale. Le esperienze di Caritas e Sant’Egidio
Parigi – «Quando iniziammo, i funerali delle persone senza fissa dimora non erano molto dignitosi: venivano seppellite otto persone alla volta, su ogni bara era scritto il peso del corpo al suo interno e gli addetti alla sepoltura erano vestiti in tute blu da lavoro». Adèle Lenormand ricorda il modo in cui più di vent’anni fa a Parigi si svolgevano i riti funebri per le persone senza fissa dimora. Negli anni le cose sono cambiate, anche grazie all’impegno di realtà come Collectif Les Morts de la Rue, per cui Lenormand lavora come coordinatrice.
Nato nel 2003, questo collettivo si definisce laico e riunisce al suo interno numerose associazioni. Vuole dare visibilità alle persone senza casa, vissute e morte da invisibili nelle grandi città francesi. «Oggi i funerali si svolgono per quattro persone alla volta, il peso non è più scritto sulle bare e gli addetti indossano un abito formale», spiega. Il primo obiettivo è dare un nome e una storia ai morti senza fissa dimora.
«Nel 2024 abbiamo contato 912 decessi di persone senza fissa dimora, ma sappiamo di essere ancora lontani dal totale», racconta Lenormand. I dati per il 2025, ancora parziali, ne indicano invece 814. Come sottolineato nell’ultimo rapporto annuale del collettivo, l’età media dei decessi è 47,7 anni, oltre trent’anni in meno rispetto alla media della popolazione generale francese. In Italia, secondo la Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD), nel 2025 sono morte 414 persone senza casa.
L’associazione
Il numero di morti senza fissa dimora registrato durante l’anno è esposto in una delle vetrate della sede del collettivo, in modo che sia visibile a chi ci passa davanti. Gli uffici dell’associazione si trovano in rue Léon Giraud, nel 19esimo Arrondissement di Parigi: tre stanze con un affaccio su strada, all’interno di un palazzo grigio e squadrato. Alle pareti sono affissi manifesti di sensibilizzazione sulle condizioni di chi vive senza casa. Un poster recita “Vivere per strada uccide!”.
L’associazione si occupa anche di accompagnare i funerali dei senza fissa dimora di Parigi. I volontari assistono ai riti di sepoltura, che di solito si tengono al cimitero di Thiais, poco fuori la capitale. Durante la funzione leggono un discorso commemorativo sulla base delle informazioni che il collettivo è riuscito a raccogliere sulla storia e sull’identità delle persone defunte, in modo da strappare le loro morti dal completo anonimato. «Non sono mai andata ai funerali. Penso sarebbe troppo dura per me», dice Lenormand.
A occuparsi della ricerca di informazioni per gli elogi funebri è Mairé Palacios. «Ogni settimana riceviamo delle liste dagli ospedali e dall’obitorio della prefettura», spiega. «Innanzitutto chiamiamo il commissariato, per sapere chi ha segnalato la morte di quella persona. Contattiamo chi ha effettuato la segnalazione: a volte non otteniamo nulla, altre volte qualche notizia. Cerchiamo così di trovare una pista».
«L’idea è quella di scoprire qualcosa sulla storia della persona defunta, per l’ultimo omaggio che sarà letto al funerale», sottolinea Lenormand. «Poi prendiamo nota di come si è svolta la funzione: che tempo c’era, chi era presente e altri particolari. Conserviamo anche il testo declamato. A volte capita che qualcuno ci contatti molto tempo dopo perché ha saputo in ritardo della morte di quella persona. Per noi è importante poterlo aiutare dando queste informazioni».
In Italia
In Italia non esistono grandi realtà che concentrano la loro attività esclusivamente sui decessi delle persone senza casa. Ci sono però molte associazioni di contrasto all’esclusione sociale che includono questo aspetto nella loro missione, come la fio.PSD e i movimenti di ispirazione cattolica.
A Roma, ad esempio, lo fanno la Caritas e la Comunità di Sant’Egidio, che anni fa hanno stipulato una convenzione con l’Ama, l’azienda municipale che gestisce i servizi cimiteriali della città, per l’organizzazione dei funerali degli indigenti (una categoria più ampia delle persone senza fissa dimora, che comprende anche chi abita in abitazioni di fortuna).
«Diamo la possibilità a coloro che abbiamo assistito in vita di avere un funerale dignitoso, specialmente per chi era religioso, organizzando un passaggio in Chiesa, in Moschea o in altri luoghi di culto», spiega Carlo Santoro, volontario della Comunità di Sant’Egidio.
È una pratica che va avanti da tempo. «Negli anni ’80, aiutando le persone per strada, ci siamo ritrovati con un problema concreto: quando morivano, bisognava organizzare i funerali. All’epoca eravamo giovani e piuttosto squattrinati, però alla fine si faceva una colletta per un funerale. Per vent’anni è andata così», ricorda Santoro. «Poi una giunta comunale ci è venuta incontro ed è nata la convenzione con l’Ama».
Gli indigenti di Roma vengono seppelliti nel cimitero di Prima Porta, a meno che non ci siano richieste specifiche da parte dei defunti. «Gli accordi prevedono che ci occupiamo di 50 funerali all’anno. Di solito però non ci arriviamo, per fortuna».
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