MEM.MED, Asgi, Mediterranea e Alarm Phone sollecitano le autorità ad attivare le procedure necessarie per l'identificazione dei cadaveri riaffiorati lungo le coste siciliane e calabresi dopo il passaggio del ciclone, tra il 14 e il 21 gennaio, e la restituzione dei corpi alle famiglie: «Il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere»
Tra il 14 e il 21 gennaio scorsi, mentre soprattutto Sicilia e Calabria erano alle prese con gli effetti devastanti del ciclone Harry, nel Canale di Sicilia si è consumata una strage passata sottotraccia. Secondo diverse ong, infatti, il ciclone ha provocato diversi naufragi che hanno causato circa mille dispersi. Nelle settimane successive, e fino a pochi giorni fa, il mare ha poi restituito sulle coste siciliane e calabresi alcuni corpi dei migranti annegati in quei giorni. E ora, con delle lettere inviate alle autorità nazionali e locali competenti, alcune ong sollecitano l'attivazione immediata di tutte le procedure necessarie per l'identificazione dei corpi, chiedendo il pieno rispetto dei protocolli per il prelievo del Dna e la tracciabilità certa delle sepolture per dare risposte alle numerose famiglie che cercano i propri cari.
A firmare le lettere sono MEM.MED, Asgi, Mediterranea e Alarm Phone, secondo le quali proprio nella settimana di gennaio in cui il ciclone Harry colpiva le nostre coste, a seguito dell’aggravarsi delle violenze in Tunisia, centinaia di persone sono partite da Sfax, nel tentativo di raggiungere le coste settentrionali del Mediterraneo.
Secondo quanto riferito dalle organizzazioni Mediterranea, Refugees in Libya e Alarm Phone, sarebbero state oltre dieci le imbarcazioni partite in quel periodo, per un totale stimato di almeno mille persone disperse in mare. A oggi, risulta che solo una delle imbarcazioni sia riuscita a raggiungere Lampedusa, mentre delle altre non si hanno notizie certe.
Nelle settimane successive, un corpo è stato recuperato in mare dalla nave Ocean Viking, operata dalla ong Sos Méditerranée mentre altri sono riemersi dal mare o recuperati sulle coste vicino a Trapani e Marsala, vicino a Pantelleria, nei comuni di Tropea, Amantea, Scalea e Paola. Appare probabile che nei prossimi giorni e settimane ne verranno avvistati in avanzato stato di decomposizione e, quindi, non riconoscibili.
«Il riconoscimento è un atto di civiltà»
Le associazioni Alarm Phone e MEM.MED riferiscono di aver ricevuto molte segnalazioni da parte di familiari alla ricerca di propri cari dispersi, partiti in quei giorni dalle coste tunisine. MEM.MED, per il tramite del legale incaricato dai congiunti delle persone disperse, ha inviato formali richieste alle autorità competenti affinché siano svolti tutti gli accertamenti necessari sui corpi rinvenuti, al fine di verificare l’eventuale corrispondenza tra le salme recuperate e i cari scomparsi.
Alla luce di tali circostanze, le organizzazioni coinvolte sottolineano l’importanza di attivare e garantire tutte le procedure necessarie per consentire il maggior numero possibile di identificazioni e la restituzione delle salme alle famiglie, «al fine di restituire un’identità e una storia alle persone scomparse e dare risposte certe alle famiglie in attesa abbiamo sollecitato l’adozione di procedure rigorose e coordinate”», dichiarano.
«Ribadiamo che il riconoscimento ufficiale è un atto di civiltà giuridica dovuto a chiunque perda la vita attraversando le frontiere», concludono le organizzazioni.
Le richieste dei familiari
«Aiutateci a identificare i corpi dei nostri cari», dice Ibrahim Fofanah, che arriva da Sfax, in Tunisia, in un video diffuso dalla ong Mediterranea e registrato proprio tra gli uliveti da cui nella seconda metà di gennaio molte persone sono partite verso l’Europa, spinte dalla violenza della polizia tunisina.
Ibrahim ha perso alcuni dei suoi familiari durante il ciclone Harry, tra il 18 e il 20 gennaio. La sua testimonianza, raccolta da Refugees in Libya, mette in luce una responsabilità urgente: le autorità italiane ed europee devono fare ogni sforzo per recuperare i corpi in mare, garantire procedure efficaci di identificazione, assicurare la restituzione delle salme affinché abbiano una degna sepoltura e cooperare a livello internazionale.
«Il silenzio delle autorità e la mancata assunzione di responsabilità stanno aggravando il dolore delle famiglie. Chiediamo con urgenza che le autorità competenti attivino tutti gli strumenti disponibili per la ricerca e il recupero dei corpi, per l’identificazione delle salme, informino formalmente i familiari, cooperino a livello internazionale e rendano pubblici dati chiari e aggiornati. Nessuno deve restare senza nome e nessuna morte evitabile deve restare senza giustizia», fa sapere Mediterranea.
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