Il ministro dell’Interno, a margine dell’inaugurazione del nuovo ufficio territoriale della questura di Roma, ha fatto sapere che presenteranno appello alla decisione dei giudici civili di Palermo sul risarcimento di 76mila euro. Una pronuncia accusata di essere politica, ma che è in punta di diritto
Il governo impugnerà la sentenza di condanna di risarcimento danni di 76mila euro in favore della ong proprietaria di Sea Watch che, all’epoca del sequestro, era capitanata da Carola Rackete. Lo ha annunciato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Noi fino adesso, e continueremo a farlo, abbiamo praticato il confronto con questo tipo di sentenze impugnandole, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio e quando è stato possibile l’abbiamo impugnato, quindi anche in questo caso faremo così», ha detto a margine dell’inaugurazione del nuovo ufficio territoriale della questura di Roma alla stazione Termini.
Piantedosi vuole valorizzare lo stesso sistema giudiziario che ha pronunciato quella sentenza e che è quotidianamente attaccato dall’esecutivo, ancor di più ora in una dura campagna elettorale in favore del Sì al referendum relativo alla riforma della giustizia.
Quella dei giudici civili di Palermo è stata subito politicizzata da diversi ministri, prima tra tutti dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che l’ha definita «una sentenza assurda», di fronte alla quale «il governo non si fermerà». Una decisione, è poi intervenuto il vicepremier Matteo Salvini, scritta con «pregiudizio politico». Al contrario di come narrata dall’esecutivo, la sentenza si basa esclusivamente sull’inerzia dello stato e sulla scorrettezza dell’azione amministrativa. Nessun riferimento a politica né alle persone migranti.
Il risarcimento, così come calcolato dai giudici, comprende le spese portuali (39mila euro), le spese di benzina per 31mila euro e le spese legali per 5mila euro. Tutti costi vivi che avrebbero gravato sull’organizzazione.
Guerra alle Ong
Le organizzazioni della flotta civile che soccorrono le persone che attraversano il Mediterraneo, in assenza di una missione europea, sono da anni nel mirino dei governi. Soprattutto del governo giallo-verde, con Salvini ministro dell’Interno e Piantedosi suo capo di gabinetto. E, ora, con il governo Meloni e l’ultima di una lunga serie di misure per ostacolare il loro lavoro di soccorso: il blocco navale, inserito nell’ultimo disegno di legge immigrazione approvato dal governo.
«Quello che voi chiamate blocco navale è un’ipotesi normativa che adesso farà il suo giro nelle aule parlamentari e quindi è una cosa completamente diversa», ha aggiunto il ministro dell’Interno. Una misura che è sempre stata il cavallo di battaglia di Meloni, quando sedeva ai banchi dell’opposizione, e che criminalizza il lavoro delle ong, oltre a interdire il loro ingresso nelle acque territoriali in casi eccezionali e temporanei. Formule vaghe che implicano una discrezionalità molto ampia.
«Con le politiche di questo governo c’è una progressiva riduzione degli arrivi irregolari – ha concluso Piantedosi – Guardate i numeri che riguardano anche quest’anno il calo degli sbarchi, quindi vuol dire che il complesso delle iniziative che stiamo mettendo in campo, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie, sta dando ragione alle politiche del governo». Il ministro dell’Interno, però, non tiene conto dei corpi restituiti in questi giorni dal mare sulle spiagge della Calabria e della Sicilia, dei morti. Per le organizzazioni, in questo momento sono oltre mille dispersi.
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