Il sistema è «un fallimento», «in termini di arrivi effettivi e assunzioni», denuncia il quarto rapporto annuale. Nel 2025, solo il 7,9 per cento delle persone è arrivata ad avere un permesso di soggiorno. Tra zone grigie e migliaia di persone ogni anno a rischio sfruttamento. Una soluzione c’è
Citare alcuni dati isolandoli è il modo in cui il governo comunica successi che, se visti in una dimensione più ampia e complessa, non sono tali. A questo si aggiunge l’assenza di dati pubblici completi e, dunque, mancanza di trasparenza. «Abbiamo rafforzato i canali regolari di ingresso», aveva detto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nel suo bilancio di fine anno.
Peccato che l’unico canale di accesso regolare, comunque limitato, sia «un fallimento», «in termini di arrivi effettivi e assunzioni». Lo dimostra il quarto rapporto annuale della campagna Ero Straniero. Se la finalità delle quote del decreto flussi è far entrare un numero determinato di persone in Italia per motivi di lavoro, questo avviene in pochissimi casi.
Nel 2025 i permessi di soggiorno in via di rilascio dalle prefetture sono stati 14.349 su 181.450 quote stabilite dal governo. Cioè il 7,9 per cento. Un quadro che può essere ritenuto parziale perché molte le pratiche sono in corso di istruttoria. Ma quelli del 2024 lo confermano: 24.858 su 146.850 quote fissate, il 16,9 per cento. «A quasi due anni dai click day solo 17 persone su cento hanno un lavoro», si legge.
«Un fallimento»
Il sistema parte dai famosi click day, giornate in cui il datore di lavoro ha la possibilità di chiamare un lavoratore all’estero nell’ambito delle quote di ingresso stabilite con decreto ogni anno. Spesso però la persona, arrivata in Italia, si trova davanti datori non più disposti a sottoscrivere il contratto di soggiorno. Perché i tempi sono troppo lunghi o perché non c’è mai stata l’intenzione di assumere.
Un sistema che però non funziona fin dalle prime fasi: nel 2024 sono stati rilasciati visti solo per il 48,5 per cento dei nulla osta emessi. Nel 2025 il 66,25 per cento.
Gli esiti negativi sono poi numerosi: 10.611, a cui si aggiungono 4.171 pratiche pendenti. Questo dato, sottolinea il rapporto, è legato alla decisione del governo di intensificare i controlli verso le persone provenienti da Bangladesh, Pakistan, Sri Lanka e Marocco – ritenuti “a rischio” truffe e illeciti – che rende il meccanismo «più “pulito” solo sulla carta: meno domande, meno pratiche sospese, meno visti formalmente non rilasciati». Ora il blocco è a inizio procedura: tempi lunghi «prima del rilascio del visto» e «restringendo l’accesso ai canali regolari».
Sfruttamento
Il sistema dei flussi crea zone grigie e mette migliaia di persone ogni anno in una situazione di irregolarità, quindi a rischio sfruttamento. Non è disponibile il dato sui lavoratori entrati regolarmente senza poi essere assunti. Ero Straniero stima però che per il 2024 «siano effettivamente arrivate circa 26.700 persone», poco più del 18 per cento della forza lavoro programmata: «Di queste il 7 per cento vive il concreto rischio di scivolare nell’irregolarità». Per il 2025, «dei 26mila che hanno fatto ingresso in Italia, risultavano a rischio irregolarità 11.686». Quasi la metà.
Il sistema, secondo la campagna, non può essere modificato ma necessita di una riforma generale: canali diversificati e flessibili, costruiti non solo in base alle esigenze dei datori, anche alle aspettative dei lavoratori. Ma ancor prima di una riforma strutturale, impossibile senza volontà politica, esiste già uno «strumento di regolarità»: una circolare del Viminale, per cui, se il datore è indisponibile o irreperibile, la responsabilità non è imputabile al cittadino straniero e la questura deve rilasciare un permesso per attesa occupazione. Così da permettere la ricerca di un altro lavoro.
Un modo per andare incontro a chi ha subito «truffe e comportamenti illegittimi», pagando migliaia di euro a presunti intermediari o datori di lavoro in cambio dell’assunzione, salvo poi non averne notizia. Isha, di origine indiana, ha pagato 20mila euro per il viaggio e i documenti. «Una volta arrivato, la persona che mi aveva fatto da contatto e il presunto datore sono scomparsi», racconta. Ora è in «grave difficoltà»: non può né tornare in India né rimanere in Italia in modo regolare.
Il risultato è, ancora una volta, un sistema che perde posti di lavoro a ogni passaggio della procedura. E a pagarne il prezzo sono i lavoratori stranieri.
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