Un ragazzo originario di Pescara era entrato in contatto con gruppi estremisti, esaltava gli attentatori e raccoglieva istruzioni per costruire esplosivi. Esiste davvero un mondo parallelo e digitale, dove gli adolescenti imparano a uccidere?
Un 17enne, originario di Pescara e residente in provincia di Perugia, è stato arrestato perché sospettato di preparare una strage in una scuola, imitando l’immaginario di un modello del passato, quando ancora non era nato: l’attentato alla Columbine del 20 aprile 1999, costato la vita a 12 studenti e un insegnante.
Secondo gli inquirenti, il ragazzo si era radicalizzato online, muovendosi all’interno di ambienti di estrema destra e frequentando in particolare gruppi Telegram in cui si diffondono contenuti suprematisti. In quelle chat venivano diffusi materiali di propaganda e venivano celebrati stragisti come Brenton Tarrant (che ha ucciso 51 persone alla moschea di Christchurch nel 2019) e Anders Breivik (attentatore Oslo e Utøya nel 2011, 77 morti).
L’indagine, coordinata dalla procura per i minorenni dell’Aquila e condotta dal Ros dei carabinieri, ha portato a una serie di perquisizioni in quattro regioni – Abruzzo, Umbria, Emilia-Romagna e Toscana – che hanno coinvolto anche altri minorenni. Il 17enne è ritenuto gravemente indiziato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di odio razziale, etnico e religioso, oltre che di detenzione di materiale con finalità di terrorismo.
Gli sono stati trovati manuali e istruzioni per la fabbricazione di armi ed esplosivi, indicazioni su sostanze chimiche e batteriologiche pericolose e documenti dedicati al sabotaggio di servizi pubblici essenziali. Aveva dimostrato un forte interesse per la produzione di armi con tecnologia 3D e per la preparazione del Tatp, il perossido di acetone, un esplosivo volgarmente chiamato “la madre di Satana” e già utilizzato in diversi attentati in Europa. Proprio come alla Columbine, pare volesse fare una strage in un liceo artistico a Pescara, per poi togliersi la vita.
Adolescence
La vicenda è inquietante sotto molti aspetti. Ma, inevitabilmente, ciò che ha fatto discutere fin da subito è il tema della radicalizzazione online, un fenomeno che per anni si è associato quasi esclusivamente al terrorismo jihadista. In realtà, gli esperti sottolineano da tempo che processi simili possono svilupparsi, e spesso accelerarsi, anche in altri contesti ideologici, trovando nel digitale un ambiente particolarmente favorevole. La serie tv “Adolescence”, su Netflix, ha avuto successo anche per questo: ha reso evidente al grande pubblico l’esistenza della cosiddetta “manosfera”, gruppi che radicalizzano la misoginia, fino alle conseguenze più estreme. Anche il ragazzo di Pescara pare ne facesse parte. Tutti i casi sono naturalmente diversi fra loro, ma sottintendono la stessa domanda: è dunque tutta colpa del digitale? Sta rendendo violenti i nostri figli?
In realtà, gli esperti tendono in genere a evitare letture troppo semplici: non è mai soltanto “colpa dei social”, dei forum o di altre piattaforme simili. Proibire l’utilizzo di Telegram, come ha proposto Carlo Calenda, rischia inoltre di essere inutile (quanto meno perché non esiste una sola e unica piattaforma d’elezione, dove certi fenomeni si sviluppano). Piuttosto, è l’intreccio tra vulnerabilità individuali, fragilità psicologiche, esposizione a contenuti estremi e dinamiche di gruppo online a creare le condizioni in cui percorsi di questo tipo possono prendere forma. La spinta a una radicalizzazione nasce in genere da una perdita di status (reale o presunta), dalla messa in discussione della propria identità, specie in contesti di umiliazione ed esclusione. Chi si radicalizza cerca di costruire una propria narrazione di risentimento e vendetta, rapportandosi con una nuova comunità di riferimento (anche piccoli gruppi radunati in un contesto digitale).
La narrazione di umiliazione, il desiderio di vendetta e la messa in scena anticipata del gesto sono tutti aspetti che si trovano anche nella lettera diffusa nei giorni scorsi da un ragazzo di 13 anni che ha accoltellato la sua insegnante di francese in una scuola media di Trescore Balneario. Altro caso diverso, e non sovrapponibile per il contesto ideologico, ma sempre con inquietanti punti in comune.
Estremismo digitale
Un rapporto diffuso nei mesi scorsi da Europol segnala come l’estremismo violento coinvolga sempre più spesso giovani e giovanissimi. Tra i profili intercettati emergono con frequenza condizioni di fragilità: isolamento sociale, difficoltà relazionali, problemi di salute mentale e un rapporto intenso, talvolta problematico, con l’ambiente digitale. Nel 2024, secondo i dati citati nel report, 133 dei 449 sospettati arrestati (oltre il 29 per cento) avevano tra i 12 e i 20 anni.
Questo non significa che la radicalizzazione nasca solo online. Gli studiosi tendono anzi a sottolineare che la vulnerabilità è quasi sempre preesistente. Il digitale, però, può funzionare da acceleratore: amplia enormemente l’accesso a contenuti estremi, facilita l’incontro con comunità ideologicamente affini e offre narrazioni semplici e totalizzanti con cui una persona fragile può stabilire un legame emotivo.
È in questo passaggio, dalla fragilità individuale all’identificazione con un immaginario, che, in alcuni casi, si può arrivare alla legittimazione della violenza. Il contesto particolarmente fragile di un adolescente, in una fase di sviluppo neurocognitivo e regolazione emotiva, rischia di essere un ulteriore acceleratore.
Il ragazzo di Pescara aveva contatti con la cosiddetta “Werwolf Division”, un circuito neonazista attivo su Telegram, in cui venivano diffusi contenuti suprematisti e celebrati stragisti da emulare. I ragazzi più fragili, che non trovano alcun riconoscimento sociale nel mondo reale, vengono attirati nelle piattaforme social o di gaming. Viene mostrato loro un mondo diverso, in cui non sono più solo le vittime, ma possono diventare i vendicatori.
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