In Internet non è un posto per femmine (Einaudi) la sociologa e attivista femminista Silvia Semenzin analizza e ricostruisce la genesi della rete come terreno di potere che perpetua violenza di genere, sessismo e disuguaglianze
Dopo giorni di critiche, xAI, la società di Elon Musk dedicata all’intelligenza artificiale, ha dichiarato che impedirà al chatbot Grok di generare immagini di persone in bikini o intimo a partire da foto caricate sulla piattaforma. Una restrizione che si applica a tutti gli utenti – compresi quelli a pagamento – «nelle aree in cui è illegale». Nei giorni scorsi diversi paesi avevano aperto un’indagine su Grok, e altri ne avevano bloccato l’accesso.
Per settimane migliaia di utenti hanno usato il chatbot per produrre e diffondere senza consenso immagini spogliate digitalmente (deepnudes). Nella maggioranza dei casi i soggetti ritratti sono giovani donne: colleghe, conoscenti o personaggi pubblici, anche minorenni come l’attrice quattordicenne della serie Stranger Things Nell Fisher. Non è un caso: in generale, il 99 per cento dei deepnudes colpiscono soggetti femminili.
Il legame tra violenza misogina e piattaforme digitali è strettamente connesso alle architetture che sorreggono e plasmano la rete. «In un modo o nell’altro, tutte le piattaforme costruiscono il loro dominio economico e politico sfruttando la violenza di genere», scrive la sociologa e attivista femminista Silvia Semenzin nel nuovo saggio Internet non è un posto per femmine (Einaudi), in cui analizza e ricostruisce la genesi della rete come terreno di potere che perpetua violenza di genere, sessismo e disuguaglianze.
Una storia al maschile
Come quella che si studia sui banchi di scuola, anche quella di Internet è una storia raccontata al maschile, in cui i nomi femminili sono relegati a note a piè di pagina, quando non completamente assenti. Eppure, Semenzin racconta che in un primo momento le donne erano presenti nell’industria informatica. Ada Lovelace, matematica britannica, è considerata la prima persona ad aver scritto un algoritmo. Ma il suo nome non è noto quanto quelli di Alan Turing, Steve Jobs o Bill Gates.
All’estromissione delle donne da questa storia è seguita una «mascolinizzazione della cultura di Internet e del campo informatico». È una questione di immaginario, ma anche di potere. Dalla costruzione dello stereotipo del nerd a tutta la cultura sottostante, la tecnologia si è resa luogo simbolico in cui riaffermare un certo tipo di maschile, che amplifica e riproduce misoginia.
Da manosfera a manocultura
Secondo l’Onu, nel mondo le donne sono 27 volte più esposte alla violenza digitale rispetto agli uomini (che nella maggioranza dei casi sono gli aggressori): hate speech, aggressioni coordinate, gender trolling, molestie digitali come invio di foto non richieste o rivelazione di dati personali, deepnudes. In Italia, il Barometro dell’Odio 2024 di Amnesty ha registrato un aumento del triplo degli attacchi alle donne, in particolare con una voce pubblica, come attiviste, influencer, politiche, giornaliste. Un modo rimetterle al loro posto.
In un legame sempre più stretto tra capitalismo e patriarcato, gli ambienti digitali sono presto diventati «palcoscenici dove gli standard patriarcali venivano riprodotti e amplificati», scrive Semenzin.
In questo contesto sono proliferati spazi radicalizzati come quelli della manosphere: comunità online eterogenee (quella degli incel è la più nota), accomunate da una narrazione vittimistica del maschile, oppresso e vessato da donne e femminismo.
Per anni abbiamo considerato queste community anfratti violenti ma tutto sommato nascosti di Internet. Oggi, come nota Semenzin, non sono più «periferia della rete», ma una «forma emergente di cultura politica, capace di reclutare e radicalizzare giovani attraverso estetiche digitali seducenti, retoriche di autocommiserazione e una proposta identitaria di maschilità in cui riconoscersi». Da eccezione, insomma, la manosfera diventa cultura – anzi: «manocultura».
Molte retoriche sono state assorbite da contenuti mainstream - un esempio su tutti, il proliferare di account incentrati sulla palestra, cavalcando stereotipi della virilità. Gli algoritmi, intanto, amplificano il raggio d’azione di contenuti polarizzanti e misogini, esponendo utenti anche non radicalizzati a questi messaggi. Il risultato è una “incelizzazione” di Internet con il benestare delle piattaforme, che scelgono di tutelare i propri interessi economici noncuranti dei rischi.
Il fatto che questo processo avvenga in sintonia con l’ascesa globale delle destre non è, naturalmente, un caso.
E qui torniamo a Grok, a Musk e a quella che è stata definita l’era della broligarchia: un’alleanza tra potere maschile, corporazioni digitali e ideologie reazionarie. In questo senso, la manocultura è “parte di un progetto politico più ampio, in cui rivendicazioni razziste, abiliste, antifemministe e omotransfobiche diventano le colonne portanti di un’identità maschile perfettamente compatibile con le logiche del capitalismo digitale”, scrive Semenzin.
Reclamare gli spazi
A questo punto, il mito della neutralità delle piattaforme e degli algoritmi è solo un alibi per credere che la violenza online colpisca in maniera indiscriminata e non serva una regolamentazione. Invece, dice la sociologa, bisogna riconoscere le dinamiche di potere e dominio che hanno favorito la costruzione di un ecosistema in cui prosperano violenza e misoginia.
La via d’uscita non può più essere sopravvivere a questi spazi digitali: dobbiamo reclamarli. Significa riscrivere gli algoritmi, immaginare luoghi online più sicuri e collettivi, smantellare i principi su cui poggiano le piattaforme. Non limitarsi a desiderare «un Internet meno tossico», ma immaginarlo «radicalmente diverso e libero da dinamiche di abuso e oppressione».
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