Nonostante alcune eclatanti novità, la verità giudiziaria sulla morte violenta di Pier Paolo Pasolini – 48 anni fa, il 2 novembre 1975 – rimane ferma alla sentenza d’appello stilata il 4 dicembre 1976: unico responsabile Pino Pelosi, un “marchettaro” diciassettenne, scrivono i giudici, rimorchiato da Pasolini due ore prima del delitto.

Dal secondo grado di giudizio scompariva quindi l’inquietante “concorso con ignoti” della prima sentenza, pronunciata dal Tribunale dei minori di Roma il 26 aprile 1976. Pur dichiarando inattendibile Pelosi e sicura la partecipazione di altri al massacro, il Tribunale dei minori condannava il finto “reo confesso” alla pena di nove anni, sette mesi e dieci giorni di carcerazione per omicidio volontario significativamente «in concorso con altre persone rimaste ignote», oltre a una multa di 30mila lire per atti osceni.

«Assai più logica», hanno scritto i giudici del primo grado, «appare invece l’ipotesi che il Pasolini mentre stava fuggendo venne raggiunto da più persone che, dopo averlo fermato per i capelli, iniziarono a colpirlo tanto con il bastone che con la tavoletta (e probabilmente anche con altri mezzi contundenti)». Un passo, questo, che reclamava altre indagini, col rischio di vedere emergere chissà quale indigesta verità.

Ammissione di discolpa

Quarantotto anni dopo è ormai acclarato che la notte del 1° novembre 1975 all’idroscalo di Ostia Pelosi non era solo: ora lo affermano i tre profili ematici «di ignoti» rilevati dal Reparto investigazioni scientifiche dei carabinieri sugli abiti indossati quella notte da Pasolini e sopra a un plantare né dello scrittore né di Pelosi ma di “G.M.” (Giuseppe Mastini?). Alla “prova scientifica” si affiancano le testimonianze di coloro che, dalle baracche lì intorno, quella notte hanno potuto sentire e, per quanto possibile, vedere. Buon ultimo, che erano in tanti lo ha tardivamente ammesso lo stesso Pelosi.

Altro che “lezione al frocio”: fu un omicidio premeditato. Secondo una informativa del Nucleo investigativo dei carabinieri (5 giugno 2011) «gli aggressori» si osservi l’uso del plurale «hanno voluto uccidere deliberatamente Pier Paolo Pasolini poiché le tracce dell’automobile rilevate sul terreno evidenziano inequivocabilmente che il conducente ha puntato il corpo del regista agonizzante a terra accelerando fin dall’inizio della corsa come a voler impattare il corpo dell’uomo al massimo della velocità e della potenza».

Arrotare qualcuno dopo averlo ridotto in fin di vita a pugni e bastonate è un deliberato segno di spregio e qualche volta persino una “firma”. Maurizio Abbatino (della banda della Magliana) racconta che quando nel 1978 i maglianesi massacrarono Franco Nicolini detto Franchino il criminale, uno di loro, Renzo Danesi, «passò sul corpo di Nicolini con la sua auto» (a Raffaella Fanelli nel libro intervista La verità del Freddo).

Ma c’è dell’altro: non è vero che Pelosi e Pasolini si erano incontrati la prima volta solo qualche ora prima del delitto, come recitano le sentenze del 1976. I due si frequentavano da mesi e molti amici e parenti di entrambi lo sapevano: lo sapeva suo cugino Nico Naldini, che addirittura glielo presenta (Pasolini a Dario Bellezza: «è amico di Nico»); lo sapeva l’amico Ninetto Davoli (Davoli a Pelosi nell’agosto 1975: «a’ Pi’, ’o sai che chi frequenti è un personaggio grosso... mi raccomando, comportate bene»); lo sapeva la madre di Pelosi, a cui Pasolini si era rivolto per lavori di cucito; e lo sapeva Laura Betti, che qualche tempo prima del delitto una testimone ricorda seduta al tavolo di un ristorante con Pasolini e... Pelosi.

Trent’anni dopo lo stesso Pelosi ammetterà che “quel signore” lui lo frequentava da luglio («Come ti chiami? Io mi chiamo Pier Paolo»). 

Le pizze di Salò come esca

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Pasolini venne attirato all’Idroscalo di Ostia promettendogli la restituzione dei negativi del film Salò, nove bobine sottratte qualche mese prima dai laboratori della Technicolor di Roma, materiale che lo scrittore e regista voleva assolutamente recuperare. Il furto fu compiuto nell’agosto 1975 da un manipolo di intrepidi ragazzi che presto diverranno figure di rilievo della malavita romana: è la banda della Magliana. C’è anche Maurizio Abbatino, ma i committenti sono altri.

Più che a scopo di ricatto, negli ambienti della destra fascista questo furto assume un ben più profondo significato simbolico. Salò, ambientato ai tempi della Repubblica sociale italiana. Salò, metafora del potere d’oggi «che manipola i corpi in modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler», come ha detto Pasolini in una intervista nel 1975: «Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio di culture viventi, reali, precedenti».

Per il mondo dei Delle Chiaie, dei Di Luia e dei Concutelli (e cioè della destra eversiva di quegli anni) tutto ha un limite e con Salò “Paola”, come in questi ambienti chiamano Pasolini, quel limite lo ha ampiamente superato. E poi i fascisti non dimenticano l’onta dell’intrepido camerata Serafino Di Luia inseguito e picchiato da “Paola” fin sopra un autobus, in risposta all’aggressione fascista la sera del 22 settembre 1962, dopo la “prima” di Mamma Roma. Insomma, se a Pasolini fosse capitata una qualche disgrazia molti tra questi non avrebbero avuto lacrime da spendere.

L’auto

Diventato collaboratore di giustizia, Abbatino ha più volte ammesso d’aver partecipato al furto di quei negativi e ne indica il mandante in Franco Conte, un ricettatore amico dei fascisti, il gestore di una bisca clandestina. È lo stesso locale in cui si tenevano le riunioni dei membri della nascente banda della Magliana, quel gruppo criminale che, stando al suo fondatore, «c’era fin dai primi anni Settanta e nell’ambiente era già chiamato così».

Sempre a detta di Abbatino, «Conte conosceva Pasolini in quanto questi, occasionalmente, aveva frequentato il suo locale» per negoziare, si ritiene, la restituzione dei negativi rubati di Salò.

L’ex criminale ha detto di aver visto l’Alfa Romeo GT 2000 dello scrittore parcheggiata di fronte alla sua bisca: un ricordo vivido, perché lui stesso ne possedeva una, sia pure di cilindrata inferiore e lì per lì manifesta interesse, si capisce quale, per quell’auto ben foderata e accessoriata. «Mi piaceva, anzi mi ero domandato di chi fosse questa macchina, per poterla rubare e montarmi i pezzi sulla mia...», ma «mi dissero “no, no, questa macchina nun se po’ toccà...”».

Dunque Abbatino conosce l’auto di Pasolini, possiede un’Alfa GT 1750 uguale a quella dello scrittore, conosce i feroci fratelli Franco e Giuseppe Borsellino (due dei sicari di Pasolini all’Idroscalo di Ostia; con Abbatino sono tra gli autori del furto dei negativi che poi verranno usati come esca), conosce Giuseppe Mastini alias Johhny lo zingaro e forse conosce Pino Pelosi, il finto “reo confesso” dell’omicidio di Pasolini (Pelosi: «mi volevano con loro al furto delle pellicole, ma io dissi di no»). E sarà Pelosi a segnalare – a Franca Leosini che lo intervista nel maggio 2005 – l’arrivo all’Idroscalo di una seconda auto «uguale a quella di Pasolini».

Abbatino viene anche riconosciuto in una fotografia scattata all’idroscalo di Ostia la mattina dopo il delitto: sarebbe tra i curiosi che si accalcano attorno al corpo straziato di Pasolini. La somiglianza è impressionante, e a indicarlo concorre fra gli altri la sua fidanzata di allora. Abbatino nega, e mostra un tabulato del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) che lo conferma in carcere, si legge, dal 23 maggio al 23 novembre 1975. Prova tombale. Discorso chiuso. Con buona pace di chi lo riterrebbe in qualche modo partecipe dell’omicidio dello scrittore, avvenuto il 2 novembre.

Che ci faceva allora Abbatino non in galera ma tra coloro che, nell’agosto del 1975, prendono parte al furto delle pizze con i negativi di Salò alla Technicolor di Roma, come lui stesso ha più volte ammesso?

Delle due l’una: o il memorandum del Dap è un falso, oppure dal carcere romano di Rebibbia si poteva uscire e magari rientrare senza particolari difficoltà. Con buona pace di chi lo ha creduto in galera e non a rubare film dalle parti della Tiburtina. O in posa per il fotografo all’idroscalo di Ostia.

Criminali fascisti e fascisti criminali 

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È da ritenere che a uccidere Pasolini sia stato un commando “misto” di criminalità politica e criminalità comune. Di certo non il solo Pelosi, come lui stesso ha detto nel 2005 senza però fare i nomi dei suoi complici (ammise solo la presenza dei fratelli Borsellino, morti nel frattempo) e limitandosi a descrivere spannometricamente uno di loro: chi era quello «alto, grosso, con la barba» che lo teneva fermo mentre altri due massacravano lo scrittore?

Pelosi non lo dice, ma nell’ambiente della vecchia mala romana e in quello dell’eversione nera sono nomi che si sanno e si fanno, e alcuni componenti del commando assassino sarebbero ancora in vita. Se non Pelosi (morto nel 2017) certamente li conosceva Antonio Pinna detto Nino il meccanico, il fascistissimo autista dei “Marsigliesi” che poche ore dopo il delitto provvede a far riparare l’auto con cui arrotano l’agonizzante Pasolini.

E Pinna era anche uno degli informatori “dal basso” di Pasolini, un criminale a cui incautamente lo scrittore può aver rivolto domande che forse era meglio non fare.

In linea con i propositi del criminologo Aldo Semerari (il teorico dell’alleanza tattica e strategica tra destra eversiva e criminalità organizzata, colui che nel 1962 in una “perizia a distanza” aveva definito Pasolini «persona socialmente pericolosa» e i suoi comportamenti «espressione di infermità mentale»), nei primi anni Settanta Pinna partecipa a diverse rapine assieme al “secondo livello”, quello militare, di Avanguardia nazionale romana.

In un documento di polizia del 24 giugno 1974 il suo nome figura infatti accanto a quelli dei fratelli Serafino e Bruno Di Luia (Avanguardia nazionale) e di criminali come il trafficante d’armi Pietro Selli, Raffaele Pernasetti detto er Palletta (banda della Magliana), Albert Bergamelli (clan dei Marsigliesi), Mariano Castellani detto er Bavosetto, Tony Mattei detto er Paciocco e altri ancora: Lamberto Cello, Paolo Provenzano, Sergio Pernasetti, Giuseppe Colecchia e Gianfranco Di Rienzo. Tutti arrestati – scrive il questore di Roma al capo della polizia – a seguito di «reati», si legge, compiuti per «finanziare le attività della destra extraparlamentare». 

Uomini chiave

Semerari, si diceva. Testimoniando a Roma il 4 marzo 1996, Alessandro D’Ortenzi detto Zanzarone (era l’uomo di collegamento tra la banda della Magliana e la destra eversiva) dirà che proprio lui, su mandato del criminologo, ebbe l’incarico di «reclutare uomini all’interno della malavita romana» per organizzare «gruppi misti tra estremisti di destra, della nostra organizzazione politica, e componenti della malavita romana che avessero una certa esperienza in rapine o assalti a furgoni postali o trasportatori di soldi». E Semerari vedeva in Pasolini non un avversario ma un personale nemico.

Pinna “scompare” nel febbraio 1976, tre mesi dopo il massacro di Pasolini (sarebbe morto a Bahia in Brasile nel 2020). Stando a una “fonte” romana che vuole rimanere anonima, a condurlo all’estero provvede il colonnello dei carabinieri (e dei Servizi) Michele Santoro, una figura che ricorre nella filigrana degli anni bui delle bombe di Stato.

Santoro è infatti noto agli ambienti giudiziari per aver procurato l’esplosivo al gruppo eversivo nazifascista della Fenice, che lo ha usato per alcuni attentati sui treni nell’aprile 1973 (indagine Salvini); quel Santoro suo malgrado a giudizio per i depistaggi volti a nascondere gli autori della strage di Peteano (indagine Casson; tre carabinieri uccisi il 31 maggio 1972 da un’auto esplosiva. La bomba era fascista); quel Santoro indicato tra i fautori della mancata strage di studenti davanti al Tribunale di Trento il 19 gennaio 1971. Per la bomba di Trento, nel 1977 andrà a processo assieme al vicequestore Saverio Molino e al colonnello dei Servizi Angelo Pignatelli: tutti assolti.

Dal “libretto di servizio” di Santoro si ricava poi che nel 1975-’76 questo amico dei fascisti, dei golpisti e dei piduisti è di stanza proprio a Roma, senza compiti particolari, presso la Sesta brigata carabinieri. A proposito: le periodiche e parecchio lusinghiere schede valutative su di lui che si leggono nel libretto sono a firma, fra gli altri, di personaggi di peso come i generali Franco Picchiotti, Giuseppe Siracusano, il comandante alla Pastrengo Giovan Battista Palumbo e il futuro capo del Sisde (i riformati Servizi segreti civili) Giulio Grassini: tutti della P2.

Riaprire le indagini

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Secondo la nostra “fonte” romana (un ex dei Nar) sia lui sia altri del suo gruppo sono stati più volte «tolti dagli impicci» proprio dal nostro colonnello. Ben di peggio, stando all’autore della strage di Peteano Vincenzo Vinciguerra, Santoro apparteneva a «una vera e propria struttura occulta capace di porsi come direzione strategica degli attentati e non» (motivazioni sentenza strage di Bologna, p. 332). Al dunque, il defilato Santoro sarebbe stato tra coloro che in quegli anni governarono in qualche modo la strategia della tensione. 

A proposito di P2, ricorderemo infine che il 10 dicembre 1975 Pelosi si affida all’avvocato Rocco Mangia. Ai famigliari lo aveva indicato il giornalista del “Tempo” Franco Salomone (tessera P2 n. 1911), un fiduciario di Licio Gelli e di Aldo Semerari. Nessun problema per l’onorario, giacché «ci avrebbe pensato qualcuno molto in alto». Quanto in «alto»?

A saldare il dovuto – Mangia lo ha ammesso – provvede la corrente andreottiana della Democrazia cristiana: 50 milioni, e sono soldi “ben spesi”: stando a Pelosi, Mangia «mi suggerì di accollarmi l’omicidio e di mantenere questa linea, sostenendo a spada tratta che sul luogo del delitto ci fossi solamente io». E poi «mi disse che c’erano alcune foto fatte dalla Scientifica relative al sormontamento del corpo da far sparire ma che a questo ci avrebbe pensato qualcun altro». 

Quanto basta a sostenere la richiesta di apertura di nuove indagini. Ed è ciò che ho inteso fare con David Grieco e all’avvocato Stefano Maccioni. Nei mesi scorsi Maccioni ha lanciato in rete una raccolta di firme per chiedere la riapertura del caso (obbiettivo dell’appello, era toccare le cinquecento adesioni; ne sono arrivate più di 1.100). Firme che sono ora tra le carte e sostegno della nuova istanza per la riapertura delle indagini, per dare finalmente un volto ai responsabili materiali e ai possibili mandanti di questo oscuro delitto. Perché – lo si legge nella petizione – «verità e giustizia non sono una concessione, ma un diritto. Senza scadenza».

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