L’ex presidente del Senato e il regista hanno dialogato insieme al vicedirettore di Domani Giovanni Tizian durante il nostro evento dal vivo a Milano. Al centro del dibattito la lotta alla mafia e le inchieste giudiziarie che hanno sventato il sistema corruttivo in Sicilia e nel resto d’Italia
«Riprendere in mano quei ricordi, andare al di là del mero racconto processuale e raccontare le storie dei parenti delle vittime di mafia e la dignità ferita di chi chiedeva solo giustizia». Per Pietro Grasso, già presidente del Senato, ha significato questo scrivere, pagina dopo pagina, U maxi, il romanzo sul processo a Cosa Nostra. L’ex procuratore nazionale antimafia lo racconta alla platea di Domani, insieme al regista e scrittore Pif e al vicedirettore di questo giornale Giovanni Tizian.
Un dialogo sulla guerra di mafia degli anni Settanta e Ottanta in Sicilia, ma anche sull’attualità. E più in particolare sul sistema corruttivo nell’isola e in tutta Italia che ha coinvolto, hanno scoperto le ultime inchieste giudiziarie, più livelli, arrivando alla politica.
Pif cita a questo proposito le ultime parole di Paolo Borsellino che, pochi giorni prima di essere ucciso, in un discorso pubblico a Bassano del Grappa, aveva sottolineato come la «politica dovrebbe fare pulizia di coloro che sono raggiunti da fatti inquietanti, anche se non sono reati».
«La premier Giorgia Meloni rivendica di aver iniziato a fare politica dopo l’attentato di via d’Amelio. Per rispettare le parole di Borsellino cosa dovrebbe fare?», chiede dunque Tizian. «Di certo – risponde Pif – non ti allei con Totò Cuffaro e con tutti i Totò Cuffaro presenti in questo paese».
Un paese raccontato proprio ne U maxi, che ricorda anche gli investigatori che hanno pagato con la vita (da Boris Giuliano a Emanuele Basile) e magistrati indefessi come Falcone e Borsellino.
«È il racconto dell’altra faccia del paese: i Corleonesi, i grandi trafficanti, i pentiti Buscetta e Contorno, gli insospettabili dei salotti buoni. Atti, rogatorie, intercettazioni diventano racconto vivo: laboratori sotterranei, pescherecci carichi di droga, navi fermate a Suez, conti cifrati in Svizzera, valigie di dollari sporchi arrivati dalle pizzerie del Bronx, affari con industriali e faccendieri.
Intorno, una borghesia che spesso finge di non vedere, e talvolta tiene il registro», dice Grasso. E ancora. «È un racconto che conduce fino all’oggi», conclude. «Un tempo – ribatte Tizian –, quello attuale, in cui per i nostri politici entrare in società coi prestanome dei clan può essere considerata una leggerezza». Una leggerezza che tradisce la lezione di Borsellino e di chi, come lui, ha provato a resistere.
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