Il documento è stato trasmesso alla Commissione Affari sociali della Camera. Ma è una fotografia non realistica: i dati si fermano al 2023 e arrivano in un contesto sanitario cambiato, tra carenza di personale, indebolimento dei servizi territoriali e disuguaglianze nell’accesso alle cure
Con oltre un anno di ritardo rispetto ai tempi previsti dalla legge, la «relazione recante lo stato di attuazione delle norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria della gravidanza», con i dati relativi al 2023, è stata trasmessa alla Commissione Affari sociali della Camera.
È il terzo anno consecutivo che il governo presenta la relazione in ritardo rispetto alle scadenze previste. Al momento il documento non risulta ancora pubblicato sui siti del ministero della Salute né su EpiCentro dell’Istituto superiore di sanità, dove di norma viene resa disponibile la documentazione ufficiale.
La relazione con dati 2023
Il documento dovrebbe offrire lo sguardo complessivo del funzionamento della legge che regola l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) nel servizio sanitario nazionale. Ma è una fotografia ormai inattuale: i dati si fermano al 2023 e arrivano in un contesto sanitario profondamente cambiato, tra carenza di personale, indebolimento dei servizi territoriali e nuove disuguaglianze nell’accesso alle cure.
Nella relazione il ministero sostiene che l’applicazione della legge 194 non presenti criticità strutturali. L’argomento principale è che il carico di lavoro dei ginecologi non obiettori sia contenuto e che la rete dei servizi sarebbe sufficiente a garantire l’accesso all’Ivg.
Eppure «ci troviamo dati che non aiutano ad attuare politiche efficaci perché non sono dati disaggregati – commenta la deputata M5s Gilda Sportiello – non ci raccontano quello che succede sul territorio. In più quest'anno dobbiamo analizzare dati vecchi di tre anni perché il ministro, come se fosse una sua gentile concessione e non un obbligo di legge, solo oggi invia al parlamento la relazione con un ritardo di oltre un anno».
Obiezione di coscienza in calo e meno Ivg grazie all’aborto farmacologico
Secondo la relazione, nel 2023 ogni ginecologo non obiettore ha effettuato in media 0,8 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) a settimana. I medici non obiettori sono inoltre aumentati: 1.900 nel 2023, il 34,9 per cento in più rispetto al 2014.
Il quadro cambia osservando la rete dei servizi: nel 2023 su 535 ospedali con reparto di ostetricia e ginecologia, solo 327 effettuano Ivg: il 61,1 per cento del totale. In alcune realtà la disponibilità è molto più bassa: in Campania e nella provincia di Bolzano meno del 30 per cento delle strutture pratica aborti. L’accesso alla legge 194 continua a dipendere dalla geografia sanitaria.
Anche la mobilità tra regioni è stata limitata – il 92,5 per cento degli interventi avveniva nella regione di residenza – anche se il documento segnala spostamenti da alcune aree del paese, come Basilicata, Molise e Umbria.
La relazione registra l’aumento dell’aborto farmacologico: nel 2023 il 59,4 per cento delle interruzioni volontarie di gravidanza è stato effettuato con metodo farmacologico, contro il 52 per cento del 2022.
«È importante sottolineare questo incremento – commenta Federica di Martino, psicoterapeuta e fondatrice del progetto Ivg, ho abortito e sto benissimo – di cui continuiamo a chiedere l’applicazione in tutte le regioni sia fuori dagli ospedali che in telemedicina, e dell’utilizzo della contraccezione d’emergenza, che nei fatti riducono notevolmente il numero di aborti», confermando l’Italia come uno dei paesi con i tassi abortivi più bassi d’Europa.
La rete fragile dei Consultori
Secondo le tabelle i consultori restano il primo punto di accesso per l’applicazione della legge 194. Nel 2023 il 45,6 per cento delle certificazioni necessarie per avviare il percorso di Ivg è stato rilasciato in queste strutture.
In Italia risultano 1.946 consultori familiari – un dato che comprende sia strutture pubbliche sia private convenzionate – ma solo il 73 per cento dichiara di svolgere attività di counselling e rilascio delle certificazioni per l’Ivg.
Oltre un quarto della rete consultoriale, dunque, non partecipa direttamente al percorso previsto dalla legge. Un dato che restituisce una rete disomogenea e fragile. Come raccontato dalle inchieste di Domani, la realtà territoriale fa emergere forti disparità regionali, carenza di personale e strutture pubbliche depotenziate o chiuse.
Lo conferma anche di Martino che si occupa, tra le altre cose, di accompagnamenti all’aborto: «Nella relazione non c’è nessun riferimento al depotenziamento dei consultori e allo smantellamento degli stessi, dei fondi pubblici che le regioni investono per foraggiare gruppi e movimenti antiabortisti. Così come risultano totalmente inadeguate le misure attuative di informazione diffusa che il ministero aveva promesso, ma che nei fatti non trovano riscontro nella vita delle persone».
Lo scaricabarile del governo
La relazione prova anche a spiegare il ritardo nella pubblicazione dei dati. Il sistema di sorveglianza epidemiologica sulle Ivg coinvolge strutture sanitarie, regioni, Istat, Istituto superiore di sanità e ministero della Salute.
Secondo il documento molte regioni segnalano difficoltà nel completare la raccolta delle informazioni nei tempi previsti dalla legge. Ma «la criticità c’è sempre stata – ricorda Sportiello – non è una novità che può giustificare un simile ritardo: nel 2026 vengono pubblicati i dati relativi al 2023 e non c’è nessun motivo per giustificare un simile ritardo, se non una chiara scelta politica».
«Anche nel 2024, quando hanno pubblicato in ritardo i dati del 2022, l’Istat li aveva già pubblicati da mesi a testimonianza del fatto che i dati c’erano – aggiunge Sportiello – Il ministro è obbligato dalla legge a pubblicare la relazione sulla attuazione della 194, se anche ci fossero problemi dovrebbe risolverli».
La responsabilità resta del governo: anche se la raccolta dei dati coinvolge le regioni, la presentazione della relazione al parlamento spetta al ministero della Salute. Il ritardo diventa così il segnale di una governance sanitaria in cui il livello nazionale scarica sulle amministrazioni regionali difficoltà che dovrebbe invece coordinare e risolvere, mentre il diritto all’aborto continua a dipendere dalla geografia diseguale dei servizi pubblici del paese.
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