La Commissione europea ha risposto oggi all’iniziativa dei cittadini europei My Voice, My Choice, la campagna sostenuta da oltre un milione di firme che chiedeva la creazione di un fondo europeo per aiutare le donne costrette a spostarsi tra paesi dell’Unione per poter abortire. Bruxelles ha dato un via libera politico all’iniziativa, ma senza istituire il nuovo meccanismo di finanziamento richiesto: sarà possibile utilizzare solo fondi europei già esistenti. Una scelta di compromesso che riconosce le disuguaglianze nell’accesso all’aborto tra Stati membri, evitando però lo scontro diretto con i governi nazionalisti contrari a un intervento europeo sui diritti riproduttivi.
La decisione annunciata nel pomeriggio non introduce strumenti vincolanti né nuovi fondi dedicati ma, come ha dichiarato la vicepresidente della Commissione Roxana Mînzatu, «da oggi sarà possibile utilizzare il programma del Fondo sociale europeo Plus per finanziare l’accesso sicuro all’aborto».

Secondo Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni e Alice Spaccini, co-coordinatrice di My Voice, My choice in Italia, «le donne che vivono in paesi dove l’aborto è proibito o ostacolato avranno la possibilità di essere aiutate sul piano economico». Sul piano politico, si afferma così «il riconoscimento del diritto ad accedere all’aborto in condizioni di sicurezza e legalità».

Il risultato, però, è una mediazione che fotografa l’attuale fase dell’Unione: da un lato la pressione della società civile e da parte del Parlamento europeo, dall’altro il limite della sovranità nazionale su un tema diventato uno dei principali terreni di scontro identitario delle destre europee.

La campagna My Voice, My Choice, attraverso una mobilitazione politica continentale, è stata però capace di costruire reti tra associazioni, medici e attiviste in tutta Europa, portando davanti alle istituzioni europee l’accesso materiale all’aborto come questione centrale. «Viviamo in un tempo in cui i corpi delle donne sono un campo di battaglia politica - ha dichiarato la commissaria Hadja Lahbib - per fortuna l’Europa ha deciso chiaramente da che parte stare: dalla parte della libertà delle donne».

Ostacoli nazionalisti

L’iniziativa aveva incontrato forti resistenze soprattutto nei paesi guidati da governi della destra nazionalista e sovranista. La mappa delle politiche di deterrenza nei paesi europei è preoccupante e diffusa: in Polonia l’interruzione di gravidanza è consentita solo in casi estremamente limitati, mentre a Malta resta quasi totalmente vietata, costringendo molte donne a spostarsi all’estero. In Ungheria e in altri Stati dell’Europa centrale l’accesso è formalmente legale ma reso più difficile da obblighi amministrativi e campagne dissuasive.

È questa geografia politica ad aver spinto la campagna europea, delineando un’Unione in cui i diritti riproduttivi dipendono sempre più dall’orientamento dei governi nazionali. «La mobilitazione non finisce qui – dice Matteo Cadeddu, co-coordinatore di My Voice My Choice in Italia – forti del supporto di collettivi e associazioni della società civile, dove l’Italia è stato il paese con il maggior numero di organizzazioni aderenti, ci daremo da fare perché quanto promesso dalla Commissione venga attuato per tutte le persone in Europa».

Per Benedetta Scuderi, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, i paesi che «intendono garantire l'aborto dovranno utilizzare il fondo per sostenere concretamente le persone in situazione di vulnerabilità». Chi invece continua a ostacolare o restringere l’accesso all’aborto deve «assumersi, davanti all’opinione pubblica, la responsabilità politica di non voler utilizzare strumenti disponibili».

La campagna europea aveva rilanciato molte testimonianze di donne colpite dalle restrizioni dei singoli Stati, ricordando casi in cui il divieto o il ritardo nelle cure hanno avuto conseguenze fatali o potenzialmente letali, ricordando che quando l’accesso all’aborto viene ostacolato, la questione smette di essere solo giuridica e diventa sanitaria. Anche in Italia l’aborto resta un percorso a ostacoli tra obiezione di coscienza, diseguaglianze territoriali e ritardi nell’attuazione della legge 194. Come questo giornale ha raccontato, migliaia di donne sono costrette a migrazioni intra ed extra regionali a causa dell’elevato numero di obiettori e delle lunghe liste d’attesa.

Federica di Martino, psicoterapeuta del progetto “Ivg ho abortito e sto benissimo”, racconta: «Di recente ho dovuto seguire l’accompagnamento di una minore che, insieme alla sua famiglia, è stata costretta ad andare in Olanda per riuscire ad abortire, vista l’impossibilità di effettuarlo qui. Non parliamo di casi sparuti ma di casi invisibilizzati dall’omertà e dal silenzio che circondano l’aborto e che fanno sì che migliaia di donne subiscano in silenzio questa violenza di Stato». La scelta di Bruxelles, dunque, chiude un primo passaggio istituzionale, ma apre una nuova fase politica: quella di un’Europa costretta a confrontarsi con le disuguaglianze sul tema dei diritti.

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