A scuola è tempo di rinnovo contrattuale del comparto Istruzione e ricerca con l’apertura all’Aran del primo tavolo negoziale per il triennio 2025-27 (dopo la firma, il 31 dicembre 2025, del contratto per il triennio 2022-24).

Si tratta del terzo contratto negoziato nella medesima legislatura, nota il ministero: un «risultato storico», che porterebbe (con la terza firma) a un totale, arretrati compresi, di 416 euro lordi mensili di aumento per gli insegnanti e 303 per il personale Ata. Per quest’ultimo sono inoltre stati stanziati 50,3 milioni per la formazione in servizio, con cui si segna un altro primato, l’approvazione di una misura organica dedicata al personale Ata. Ma non sono queste le uniche novità che lo riguardano.

Nei progetti del Mim c’è infatti l’introduzione, dall’anno 2026/27, dell’operatore scolastico, figura già prevista nel Ccln 2019/21. I posti disponibili sono 42mila. Non è un aumento del personale ma una ricollocazione.

I nuovi posti verrebbero infatti ricavati da quelli al momento occupati dai collaboratori (i vecchi “bidelli”) e il passaggio sarebbe riservato al personale di ruolo in possesso di determinati requisiti (l’attestato di qualifica professionale e almeno cinque anni di servizio oppure un diploma di scuola secondaria di primo grado e almeno dieci anni di esperienza professionale in qualità di collaboratore).

Gli operatori scolastici dovrebbero svolgere «ruoli di supporto e assistenza strategici all’interno degli istituti», con un’evoluzione rispetto quanto già spetta ai collaboratori, ossia l’accoglienza e la sorveglianza degli alunni e del pubblico; la pulizia di locali, arredi e pertinenze; la vigilanza al momento del pasto e il supporto all’igiene personale nelle scuole dell’infanzia e primarie; la custodia e sorveglianza (di nuovo) dei locali; la collaborazione con i docenti nelle attività scolastiche (non meglio specificata); l’ausilio materiale agli alunni con disabilità. L’operatore scolastico dovrà occuparsi di tutto questo ma anche collaborare con il personale tecnico e amministrativo e svolgere l’assistenza di base agli studenti con disabilità promuovendo l’inclusione nell’ambiente scolastico, compito per il quale non è richiesta peraltro una formazione specializzata (ma la certificazione internazionale di alfabetizzazione digitale sì, quella bisogna averla).

Nelle prospettive ministeriali l’introduzione della nuova figura non si tradurrebbe in un semplice aumento dei posti, ma aprirebbe a nuove «opportunità di carriera e possibilità di crescita professionale» rendendo la scuola più efficiente e più inclusiva: «Un cambiamento concreto, che mette al centro le persone e le competenze» (in una geometria che ha le braccia larghe: al centro, nella scuola, ormai ci sono tutti.) Da parte dei diretti interessati il plauso alla novità non è generale. Alcuni osservano per esempio che il profilo dell’operatore si sovrappone a quello del collaboratore, ampliandone le mansioni a fronte di un riconoscimento economico insufficiente. Inoltre si frammenterebbe, rallentandolo, il percorso professionale con l’introduzione di un passaggio intermedio verso l’area degli assistenti. La discussione è aperta.

Trova le differenze

Del mercato delle indulgenze (leggasi attestati, certificazioni etc.) su queste pagine è già stato detto (da ultimo nella lettera “Così ho comprato due punti per scalare la graduatoria dei supplenti”). Paiono qui ripetersi i medesimi meccanismi che tengono in funzione il sistema (non manca neppure la «promozione dell’inclusione nell’ambiente scolastico»). Al tutto si aggiungono ora gli operatori scolastici, un po’ come la menta tritata per il tocco finale, un giro ulteriore di mura intorno a quella inespugnabile fortezza che pare oggi l’istituzione scolastica.

La quale, anche rispetto alle figure dei collaboratori, sembra gemella eterozigote dell’altra istituzione resistente nella nostra società, quella penitenziaria, dove pure la custodia e la sorveglianza restano presenze fisse nel lessico in uso. Il paragone è meno peregrino di quanto possa apparire, essendo la scuola e il carcere incaricati entrambi di un compito educativo (o rieducativo) nei confronti delle persone loro affidate.

Ebbene, anche in prigione esistono figure che hanno la sorveglianza fra i loro compiti principali, gli agenti di polizia (ancora chiamati “secondini” in una lingua che resta impermeabile e congelata), il cui ruolo avrebbe dovuto evolvere con la smilitarizzazione sancita nel 1990 passando dalla mera custodia dei corpi per garantire ordine e sicurezza negli istituti, gestire la traduzione delle persone, assicurare il piantonamento alla partecipazione «alle attività di osservazione e trattamento» (nel medesimo gergo ostinato) finalizzate alla «rieducazione» e al «reinserimento». Collaboratori scolastici e agenti, insomma, potrebbero e dovrebbero essere coinvolti in maniera diversa nella vita delle istituzioni in cui trascorrono il loro tempo lavorativo a contatto diretto con gli «utenti», con i quali entrano in una relazione che è quotidiana e permette una conoscenza complementare rispetto a quella che hanno gli insegnanti e gli educatori. Ma ciò che è espresso da norme e riforme poi spesso la prassi lo subisce, lo isterilisce o lo ignora, confermando i soliti ruoli e le funzioni. Il carcere e la scuola non vogliono cambiare davvero, e dunque non ci riescono, così il collaboratore resta “bidello” e l’agente “secondino”, la scuola punto d’inizio e la galera possibile, a volte probabile, punto d’arrivo su una circonferenza nella quale si viene inclusi, dapprima, e infine si può finire reclusi.

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