Per la Corte Ue il sistema italiano di assunzione del personale Ata - cioè il personale amministrativo, tecnico e ausiliario - viola il diritto dell'Unione. Le conseguenze sono anche economiche e fanno il paio con la già nota precarietà del personale docente
Oltre ai docenti c’è di più. C’è chi pulisce, chi accoglie, chi si occupa dell’amministrazione. La scuola è un organismo complesso. E in Italia ogni sua componente è precaria. Ora arriva la conferma della Corte Ue, che ha stabilito che il sistema italiano di assunzione del personale Ata – cioè il personale amministrativo, tecnico e ausiliario – viola il diritto dell'Unione. Il richiamo non stupisce: da tempo i giudici di Lussemburgo segnalano che la scuola pubblica italiana abusa di contratti a tempo determinato.
Già a ottobre 2024 la Commissione europea aveva deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione per la continua violazione della normativa sul lavoro a tempo determinato nel settore. Un problema che non riguarda solo il personale docente, e che ha evidenti conseguenze sia sulle condizioni economiche del personale, sia sull’organizzazione del sistema scuola.
La normativa Ue e il parere dei giudici
La normativa dell'Unione in materia di contratti a tempo determinato prevede limitazioni al ricorso di contratti a tempo determinato e favorisce le procedure di assunzione a tempo indeterminato. Per questo motivo la commissione ha presentato ricorso per «inadempimento» contro l'Italia alla Corte di giustizia, che lo ha accolto.
La Corte di Lussemburgo «rileva che il quadro normativo italiano non stabilisce alcuna durata massima né un numero massimo di contratti a tempo determinato per il personale Ata». Una sistematicità che coinvolge anche il regolamento dei concorsi, che dipendono proprio dall’esperienza pregressa. Inevitabilmente regolata da contratti a tempo determinato.
Per partecipare ai concorsi, infatti, è necessario aver completato almeno due anni di servizio con un contratto a tempo determinato. Un requisito che, sottolinea la Corte, incoraggia proprio il ricorso a questa tipologia di contratti durante quel periodo minimo di due anni, «anche se, in realtà, essi rispondono a esigenze di organico permanenti e a lungo termine».
L'Italia non ha scuse. Come spiegano i giudici, non è possibile «invocare un'esigenza di flessibilità, poiché la legislazione italiana non definisce circostanze specifiche e concrete che giustifichino» queste pratiche. Sempre in merito ai concorsi, la loro organizzazione – secondo la Corte – non è in grado di prevenire gli abusi successivi, a causa della natura «ad hoc e imprevedibile».
indietro anche sugli stipendi
Poco più di un mese fa – il primo aprile 2026 – è stata firmata da tutte le sigle sindacali rappresentative l’ipotesi del nuovo Contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Istruzione e Ricerca per il triennio 2025-2027, limitatamente alla parte economica. Una firma definita storica dal ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara, ma che non ha avuto un impatto reale sulle tasche del personale della scuola.
Gli aumenti tabellari, infatti, non tengono conto dell’inflazione e dell’erosione del potere d’acquisto: come calcolato da Domani i salari reali di docenti e personale Ata sono diminuiti in termini reali di almeno 9 punti percentuali (circa 140 euro mensili di potere d’acquisto).
A questo si aggiunge, come sottolineato dalla Corte, l’abuso di assunzioni a tempo determinato: una condizione di precarietà che ha un impatto anche economico. Basti pensare ai mesi estivi, quando il personale docente e Ata precario è costretto a ricorrere alla Naspi e di fatto si ritrova senza lavoro, di nuovo. Un interruzione periodica che abbassa anche il reddito medio annuo.
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