Negli ultimi anni si è consolidata una spirale: studiare, pagare, spostarsi, sostenere prove, spesso superarle, e poi ricominciare. Un ciclo continuo che non produce stabilità ma ulteriore attesa
Ansia che si insinua nelle giornate, insonnia che svuota le notti, tic improvvisi, dermatiti, vertigini, il respiro che si accorcia. È un catalogo silenzioso di sintomi che si ripete ogni volta che una graduatoria deve uscire, che un concorso deve essere sostenuto, che arrivano le convocazioni. È il corpo che parla quando il sistema non ascolta.
Dentro questi corpi c’è una storia collettiva fatta di attese, promesse rinviate, precarietà strutturale. Una dimensione di cui si parla poco, perché non è fatta di numeri ma di vite.
Francesco è partito per il Canada. Aveva fatto tutto “come si deve”: studi, sacrifici, concorsi pubblici. Idoneo a insegnare, ma non a lavorare stabilmente. E allora è diventato idoneo altrove. È questo il paradosso: un Paese che forma, seleziona, valuta, ma non assume.
Giovanna, docente di Catanzaro, ha ricevuto una diagnosi precisa: sindrome di Ménière. I medici collegano le crisi allo stress. Non uno stress generico, ma quello dell’incertezza continua: convocazioni, graduatorie, mesi sospesi. Il lavoro, o meglio la sua assenza stabile, diventa una fonte di malattia.
Poi c’è il tema dell’umiliazione. Non solo nei risultati, ma nei percorsi. Una docente di 61 anni racconta il suo orale a La Spezia: viaggio, spese, una notte intera a preparare una prova in condizioni già compromesse. Arriva stremata e il risultato è 62, sotto la soglia. Non è solo una bocciatura. È la sensazione di essere spinta oltre il limite, dentro un meccanismo che non tiene conto delle condizioni reali in cui le persone sono costrette a sostenere queste prove.
E allora il punto è questo: esiste una dimensione del precariato scolastico che resta invisibile. Non è quella delle graduatorie o delle riforme, ma quella psicologica.
E non è una percezione individuale. Secondo l’Ocse, una quota significativa di insegnanti individua nel carico di lavoro una fonte strutturale di stress (Oecd, Talis 2024), mentre le ricerche scientifiche segnalano una diffusione crescente di burnout, ansia e disturbi legati al lavoro tra i docenti. In Europa, una parte rilevante degli insegnanti dichiara livelli elevati di stress, con effetti diretti anche sulla permanenza nella professione.
Negli ultimi anni si è consolidata una spirale: studiare, pagare, spostarsi, sostenere prove, spesso superarle, e poi ricominciare. Un ciclo continuo che non produce stabilità ma ulteriore attesa.
La sensazione è di un sistema da cui è difficile uscire. Non sei dentro, ma non sei nemmeno fuori. Sei idoneo, ma non assunto. Devi accumulare titoli, investire tempo e denaro, restando disponibile e quindi ricattabile su tutto quello che si chiede.
Il precariato smette così di essere una fase e diventa una condizione. Non consente di progettare il futuro, ma impedisce anche di cambiare strada senza perdere ciò che si è costruito. Il malessere non resta confinato al lavoro: entra nella vita quotidiana, nelle relazioni, nelle famiglie. Come racconta Ken Loach nel film Sorry we missed you, quando il lavoro diventa instabile e totalizzante, finisce per consumare anche gli affetti.
Quale scuola vogliamo?
Nel dibattito pubblico questa dimensione resta marginale. Si discutono numeri e procedure, ma raramente il costo umano.
E allora la sfida non è solo come arrivare al tempo indeterminato. La domanda è: che Paese, che scuola, che vita vogliamo? Una scuola che consideri chi insegna una risorsa da valorizzare o una forza lavoro da utilizzare finché serve? Vogliamo una scuola che permetta alle persone di costruirsi una vita, o che le costringa a restare nella precarietà permanente?
Oggi il sistema sembra avere una sola logica: tenere tutti dentro una competizione continua, dove il tempo non viene liberato ma occupato dalla preoccupazione, dalle scadenze, dalla necessità di restare dentro.
E allora forse occorre ribaltare lo sguardo. Non partire dalle regole, ma dalle persone. Non dal sistema così com’è, ma da quello che dovrebbe essere. Perché è facile annunciare, soprattutto sotto scadenze elettorali, nuove graduatorie e nuove formule. Più difficile è cambiare il principio di fondo: una scuola diversa è possibile solo se cambia quella logica, non più persone al servizio del sistema, ma un sistema al servizio delle persone.
Questo comporta alcune scelte chiare. Ridurre strutturalmente il precariato, investendo stabilmente sulle assunzioni e superando un sistema che non riesce neanche a coprire integralmente il turn over, lasciando ogni anno decine di migliaia di cattedre vacanti.
Intervenire sui percorsi abilitanti, calmierando i costi della formazione oggi quasi interamente a carico dei docenti. Costruire ambienti di lavoro cooperativi, non fondati sulla competizione permanente. Una scuola in cui il lavoro non sia una selezione continua. In cui il tempo non sia divorato dall’incertezza, ma restituito alla vita. In cui chi insegna possa finalmente fare una cosa semplice: progettare il proprio futuro.
Finché non mettiamo in discussione questo, continueremo a rincorrere soluzioni tecniche a un problema che è prima di tutto politico e culturale, legato alle risorse e alla visione di futuro. Come osserva Francesca Coin nel libro Le grandi dimissioni, quando il lavoro smette di garantire stabilità e riconoscimento, non si rompe solo un equilibrio economico: si rompe un patto. E quando quel patto si incrina, non si perde solo sicurezza. Si perde senso. E riguarda l’idea di Paese che vogliamo essere.
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