Gli ultimi fatti di cronaca rilanciano anche in Italia l’idea di vietare i social ai minori, altri paesi si sono già mossi in questo senso. La tossicità dei social è certificata dagli studi e recentemente anche dai tribunali. Ma il proibizionismo è la soluzione? Non possono esistere relazioni virtuose con i mezzi digitali in una società che esalta la violenza e l’oppressione sistemica
Un tempo, i social venivano incensati per l’impatto positivo sulla cultura e le società nel loro complesso. Oggi invece “vietare (i social) ai minori” è diventato un ritornello da recitare a ogni episodio di cronaca.
L’ultima occasione: mercoledì 25 marzo 2026. Ore 7.45, scuola media Da Vinci, Trescore Balneario, pochi chilometri da Bergamo. L’insegnante Chiara Mocchi viene gravemente accoltellata da un alunno 13enne, che diffonde su un canale Telegram il video dell’aggressione, ripresa con il cellulare. è stata salvata con un intervento chirurgico. Le sue dichiarazioni richiamano alla centralità dell’educazione rispetto alla punizione e alla proibizione. Il mondo va però in tutt’altra direzione.
Fine 2025: l’Australia vieta ai minori di 16 anni dieci social. Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Indonesia, Malaysia, Slovenia, Spagna e Regno Unito hanno approvato o stanno considerando divieti. In Italia, dove una proposta analoga è ferma in parlamento, il ministro dell’istruzione dichiara: «Abbiamo vietato l’uso del cellulare nelle scuole e il prossimo passo credo sia quello di abolire l’accesso ai social ai minori di 15 anni» (Tg2post).
La tossicità dei social
Chiunque abbia sperimentato i social ne ha percepito la potenza. Si può perdere la percezione del tempo e dello spazio; le ore passano veloci, risucchiate in un vortice molto simile al ciclo tossico del gioco d’azzardo tipico delle slot machine. L’auto-abuso del proprio circuito dopaminergico può portare a disturbi del sonno, ansia, disturbi di alimentazione.
Molti studi scientifici hanno correlato l’uso di social media a un aumento dei casi di depressione e ansia. Ma nell’isolamento sociale imposto durante pandemia da Covid19, i social hanno avuto effetti anche positivi: l’impatto varia fortemente a seconda delle condizioni individuali e sociali, amplificate nelle “camere dell’eco” dei profili online.
In psichiatria non esiste una categoria diagnostica per le cosiddette “dipendenze digitali”, ma solo il “disordine da gioco online” (internet gaming disorder - DSM-5). Eppure vengono trattate alla stregua di altre tossicodipendenze: sono disponibili, per chi se li può permettere, terapie di “digital detox”.
Anche i tribunali puntano il dito contro i social: il 24 marzo 2026 lo Stato del New Mexico ha vinto una causa contro Meta, condannata a risarcire 375 milioni di dollari in sanzioni civili per aver violato le leggi sulla protezione dei consumatori. Negli stessi giorni, una giuria di Los Angeles (California) ha riconosciuto responsabili le società madri di YouTube (Alphabet) e Facebook (Meta) per i disturbi mentali di un’adolescente: 3 milioni di dollari dovranno andare alla querelante.
Usarli bene?
Forse i social media tossici potranno essere smantellati a suon di cause penali. Certo non sono “strumenti neutri” che si possono “usare bene”: sono prodotti di design, di marketing, di gamificazione (introduzione di elementi di pseudo-gioco competitivo in sistemi che non si presentano come giochi); il tutto orchestrato da algoritmi che spingono l’utente a rimanere incollato al proprio schermo.
Si può fare riduzione del danno, ma il quadro generale non verrà scalfito da alcuna legislazione, perché i social media di massa sono stati costruiti da aziende che hanno come obiettivo il profitto e il controllo sociale, non certo il benessere dei minori, né di alcun altro utente. Questo vale a maggior ragione per i social diffusi in regimi esplicitamente autoritari, come Max in Russia o WeChat (Weixin) nella RPC.
Il proibizionismo è notoriamente inefficace. In questo caso trascura anche la questione di fondo dell’attenzione. L’intensificazione del tempo schermo in età infantile pregiudica la capacità cognitiva e relazionale di prestare attenzione (Simone Lanza, L’attenzione contesa, Armando, 2025). L’economia dell’attenzione, e dell’attaccamento, non riguarda solo i social.
Il dito e la luna
Dietro i social si nasconde la luna, ovvero le società umane in cui questi sistemi tecnici si sono evoluti. Chi li finanzia, e perché? Quali valori propugnano, al di là dei contenuti degli utenti?
I social sono un comodo capro espiatorio, come ha rilevato in diverse interviste Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, su cui puntano il dito adulti incapaci di relazionarsi con i più piccoli. Adulti responsabili di un mondo sempre più inabitabile: un’epoca di esaltazione della violenza come legittimo diritto del più forte. Un’epoca di massacri di bambini da parte di eserciti “democratici”.
Relazioni virtuose con sistemi digitali possono essere sviluppate in società che si oppongono alla violenza e all’oppressione sistemica, con consapevolezza e spirito critico.
Non abbiamo risposte, ma un approccio, che abbiamo chiamato pedagogia hacker: un metodo di auto-osservazione. Un occhio ai dettagli delle interfacce; un occhio ai corpi umani a cui ci connettiamo; un terzo occhio per osservare i nostri stati interni. Proponiamo non solo semplici accorgimenti di autodifesa digitale, ma anche la sperimentazione di un’attitudine attiva e giocosa, per immaginare strade diverse, cambiare i comportamenti che ci provocano sofferenza e rinforzare quelli che ci piacciono.
La scelta (non) dipende (solo) da te. Siamo sulla stessa barca con i più piccoli. Se ne può uscire solo insieme.
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