Chi ha accoltellato lo studente tredicenne di Trescore Balneario? Ha accoltellato Chiara Mocchi, la sua insegnante, ovviamente. La persona a cui va tutta la nostra solidarietà e apprensione, come genitori, insegnanti, cittadini e cittadine di questo paese. La persona che, insieme a milioni di altre, sta lì a reggere la trama fragile del futuro di questo paese, che in gran parte dipenderà da chi è giovane adesso.

Ma non ha accoltellato soltanto Mocchi, quel ragazzo tredicenne, che aveva un coltello e la scritta “Vendetta” sulla maglietta. Ha colpito lo Stato, come dice Valditara? E lo Stato deve difendersi con provvedimenti che impediscano la diffusione di armi fra i giovani? Avete capito bene: fra i nostri giovani si diffondono armi bianche, che evocano scene arcaiche e tribali, di violenza pura ed elementare.

E, a fronte di questo fatto, la soluzione proposta da chi ha la responsabilità politica di quel mondo è tecnica, è una pena che proibisca questo comportamento. Con ciò stesso normalizzandolo. Basta dire che cosa non si deve fare e punire con sanzioni chi si ostina a farlo. Il problema, per il ministro, non è una manifestazione enorme e drammatica di un disagio nuovo.

Se giovani di un paese occidentale avanzato – non giovani di un paese in guerra, non giovani di un territorio afflitto da povertà e carestia – si armano, il problema è criminale, non sociale, sembra dire Valditara. A un tredicenne che colpisce una donna di 57 anni, col telefonino al collo per riprendere la scena o trasmetterla in diretta, bisogna proibire di farlo. Certo. Come mai non ci abbiamo pensato prima?

E se invece questo ragazzo avesse colpito prima di tutto sé stesso? Se avesse colpito l’enorme buco che evidentemente aveva in sé stesso, e che non veniva né riempito né curato da chi doveva farlo? E, beninteso, chi doveva farlo non era certo la professoressa. Chi doveva farlo è tutto quello che distingue un paese occidentale avanzato da un paese in guerra o in condizioni estreme, tutto quello che distingue l’epoca in cui viviamo, qui, da questa parte del mondo, almeno, e le epoche del passato dove i coltelli erano possesso abituale.

E noi proponiamo pene a un ragazzo che ha colpito sé stesso colpendo la sua professoressa, a un ragazzo che vive in guerra in tempo di pace, che vive armandosi in un luogo pacifico, che parla di vendetta quando dovrebbe parlare del primo amore? Lo riteniamo penalmente imputabile. A tredici anni, come proposto da un disegno di legge a firma Marta Fascina. E perché non a dodici, a dieci?

Al di là delle convenienze politiche, al di là delle ideologie, al di là dello smarrimento che pure ci può essere – non vorrei trovarmi certo nei panni del ministro e di chi ha responsabilità nella scuola, in questo momento –, che immaginazione, che sentimenti stanno dietro questo tic da sceriffi? Veramente si può immaginare che il giorno in cui gli studenti non porteranno armi perché spaventati da pene draconiane, i loro compagni, i loro docenti, le loro famiglie e la società tutta saranno pacificati? Pacificazione è vivere sicuri perché chi ci vuole accoltellare nel suo cuore non può farlo perché sotto minaccia?

L’episodio di Bergamo non è una questione penale, né una questione solo educativa. È una questione pienamente politica, nel senso più vero del termine. Un paese dove un ragazzo così giovane si arma e fa violenza su una figura che, in fondo, è una figura di cura è un paese che ha un problema politico, non penale.

Le coltellate di questo ragazzo non sono un’emergenza criminale – non sono mafia, non sono rabbia solo sociale di banlieu. Non lo sono anche se lo fossero. Quando la mente di una persona di tredici anni, che è affidata alle nostre cure – e non solo alle cure della scuola, o della famiglia, ma alle cure di tutti noi, di tutta la società –, vacilla così tanto, e concepisce e attua un atto del genere, le norme e le punizioni sono una reazione gigantesca di rimozione, una nevrosi collettiva, una mossa infantile.

Le persone adulte, se ancora ci sono, dovrebbero guardarsi in faccia, rimboccarsi le maniche, sostenere lo sguardo della professoressa, dei suoi colleghi, e ricominciare da capo la costruzione di un posto all’altezza di quel che dovremmo essere, qui, al riparo (ancora) da guerre e catastrofi.

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