Quando Rosa, nome di fantasia, è rimasta incinta, la famiglia se n’è accorta a gravidanza inoltrata. Praticare un aborto non era più possibile, perciò i genitori e i medici le hanno fatto pressione perché accettasse che le venissero chiuse le tube dopo il parto, per impedirle di avere altri figli.

Paola, poco prima del cesareo che avrebbe portato alla luce il suo primo figlio, si è sentita chiedere se avesse valutato la chiusura delle tube, e dopo il parto le è stato proposto più volte di ricorrere a contraccettivi ormonali. Giada invece figli non ne ha potuti avere perché, quando è nata, su suggerimento di medici italiani i suoi genitori l’hanno portata all’estero dove sterilizzarla senza consenso era possibile.

Rosa, Paola e Giada sono tre donne disabili che hanno raccontato le loro storie a Disabilmentemamme, associazione che si occupa degli ostacoli e dei pregiudizi che le donne disabili incontrano in Italia nel loro desiderio di diventare ed essere madri. A prescindere dalla condizione personale e dallo stato di salute, infatti, agli occhi di molte famiglie e operatori sanitari la disabilità le rende inevitabilmente inadatte per il ruolo materno. E diventa dunque necessario impedirlo o quantomeno scoraggiarlo.

Chi discrimina non protegge

«Se non avessi avuto due stampelle, non sarebbe venuto minimamente in mente di propormi una cosa del genere», ha detto ad esempio Paola, raccontando delle pressioni subite prima e dopo il parto. Antonella Tarantino, presidente di Disabilmentemamme, si oppone alla visione superficiale che tende a omologare tutte le donne disabili: «Dietro a ogni codice fiscale c’è una persona e non solo un mucchio di numeri. Già una persona normotipica è differente da un’altra, quanto più questo è vero nella disabilità».

La sterilizzazione forzata, ovvero la procedura che vuole controllare il comportamento riproduttivo delle donne, viene ancora oggi giustificata attraverso una serie di motivazioni che si presentano come “protettive” ma che hanno spesso una matrice discriminatoria. Tra queste rientrano il cosiddetto “miglior interesse della persona”, ragioni mediche, la presunta necessità di “proteggere” la persona dagli abusi sessuali, oppure l’idea di alleggerire il ricorso alla contraccezione, evitando il “peso” che altri metodi potrebbero comportare.

In alcuni casi, alla base vi è ancora una visione profondamente paternalistica e infantilizzante della disabilità, secondo cui una persona disabile non sarebbe in grado di prendersi cura di un figlio. Tarantino definisce questo approccio come «bullismo sottile da parte di chi dovrebbe proteggerci», e dunque da parte di familiari e operatori sanitari.

I dati che mancano

In Italia la sterilizzazione forzata è illegale. Tuttavia non è riconosciuta come reato specifico e può essere perseguita solo come forma aggravata di lesione personale. Interventi di questo tipo possono essere giustificati come misure “urgenti” o “terapeutiche”, una definizione che rischia di mascherarne la natura coercitiva. Una zona grigia che rende anche difficile monitorare il fenomeno e valutarne la diffusione.

Uno dei problemi principali, infatti, è la mancanza di dati: non esistono statistiche ufficiali sulle donne con disabilità che scelgono di avere figli né sui trattamenti subiti senza consenso. Come denuncia Tarantino, «non esiste una medicina documentata sulle madri con disabilità».

Il comitato delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, che sostiene che le persone disabili hanno il diritto di «decidere liberamente e responsabilmente» se e quando avere figli, ha raccomandato all’Italia di abolire trattamenti medici autorizzati da terzi senza il consenso libero e informato della persona interessata, esprimendo preoccupazione per l’assenza di monitoraggio.

Il comitato Onu infatti ha definito la sterilizzazione forzata come una forma di maltrattamento inumana e degradante viola diversi trattati internazionali sui diritti umani.

Una pratica da vietare

Se in Italia la sterilizzazione forzata è illegale, in altri paesi europei è ancora consentita. Secondo il report pubblicato dal Forum europeo sulla disabilità nel 2022, infatti, in almeno 12 Stati, tra cui Bulgaria, Croazia, Danimarca e Portogallo, un tutore, un rappresentante legale o un medico può dare il consenso alla sterilizzazione di una persona con disabilità.

In Repubblica Ceca, Ungheria e Portogallo è consentita la sterilizzazione forzata sui minori, mentre in Belgio, Francia e Ungheria il ricorso a contraccezione o sterilizzazione può essere un requisito per essere ammessi in strutture residenziali.

Da allora, pochissimi sono stati i passi in avanti fatti: nella direttiva europea per contrastare la violenza sulle donne approvata nel 2024 non è stato inserito alcun riferimento alla necessità di vietare la sterilizzazione forzata in tutti i paesi Ue.

Perciò le organizzazioni di persone con disabilità e il Forum europeo continuano a rivendicare gli stessi diritti: la criminalizzazione della pratica, a prescindere dalla disabilità e dalla capacità giuridica della persona; un accesso alla giustizia equo per le vittime; l’adozione della Convenzione di Istanbul e dei suoi principi in tutti i paesi dell’Unione.

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