Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l'ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo di cosa significa mangiare e cucinare con disabilità, neurodivergenze e corpi non conformi. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.


Uno dei reel che mi compare spesso quando scrollo su Instagram è quello sulle forchette. Pov: solo per persone autistiche. Quale la tua preferita? Il video si sposta lungo una serie di posate numerate. Hanno una diversa impugnatura, sottile o incisa o a goccia allungata o con una scanalatura nel mezzo, e anche i rebbi non hanno tutti la stessa forma o lunghezza o lo stesso spazio che li separa.

Uno dei commenti che adoro è: «Nessuna». Oppure: «Quando vado a mangiare fuori, mi porto la forchetta da casa». Adoro questi commenti perché fanno perdere percentuale alla forchetta numero 4, la più votata ma non la sola a essere votata. Una fila di forchette diverse tra loro dice che le persone autistiche non sono tutte uguali e ognuna di loro ha diritto alla sua forchetta.

Ho mostrato il video a mio figlio, che è stato attratto dalla musica piena di accenti e non dalle forchette, per le quali, quando mangia, non ha mai espresso preferenze o rifiuti. Le posate, però, non devono essere sporche di cibo quando gli porto il piatto a tavola. Non devono essere entrate in contatto con il cibo. E il confine tra i cibi nello stesso piatto deve essere abbastanza largo da evitare il contatto, ad esempio, tra i pezzetti di pollo e i broccoli.

Ma prima di arrivare a introdurre il verde (dei broccoli) nel piatto ci è voluto del tempo. Tempo per conoscere mio figlio, che nello spettro io immagino come un cristallo di sale con dentro altri prismi luminosi. Questo cristallo di sale lo penso con una sua storia, la storia di un mare in cui impariamo a nuotare, e con un suo presente in cui, ovunque si mette, esalta il sapore della nostra esperienza nel mondo.

Relazioni

Questa esperienza parla innanzitutto di una relazione. Più che vederlo come una difficoltà relazionale, ho guardato all’autismo di mio figlio cercando di capire come lui stabilisce la relazione con tutto ciò che lo circonda – persone, oggetti, cibo, ambienti, suoni, colori, odori, sapori – secondo il suo modo, non convenzionale, anche quando sembra rifiutarla. Il pasto è uno di quei momenti in cui persone, e oggetti, e cibo, e ambienti, e suoni, e colori, e odori, e sapori, rendono forte e intensa la stimolazione del suo mondo sensoriale.

Prendiamo, ad esempio, la relazione con il cibo. Il bambino ne considera le caratteristiche: colore, odore, temperatura, consistenza. Prima di arrivare – se deciderà di farlo – ad assaggiare, guarda, tocca, annusa. In questa esperienza poi vanno considerati il contesto (casa propria o un ristorante), le persone che gli parlano al tavolo (gestire la conversazione mentre si pensa alla consistenza del cibo), odori che vengono dai piatti di chi siede a fianco, luci e colori e rumori dell’ambiente intorno. Sono passaggi e fattori che anche io ho imparato a considerare.

Fasi e passaggi

Nel momento in cui scrivo siamo in una fase espansiva di apertura al nuovo. E il nuovo, per un bambino che sta bene nella certezza della ripetizione, è imprevedibile, porta fuori da ciò che si può controllare. È il motivo per cui non mangia i ravioli con il loro ripieno misterioso ed è il motivo per cui alcune persone autistiche preferiscono il cibo confezionato: è sempre uguale.

In questa fase mi chiede di assaggiare la costa lessa di una bieta. Prima, invece, allontanava il piatto e girava il viso dall’altra parte coprendosi il naso e la bocca con la mano anche davanti a una pasta al sugo. Abbiamo avuto il periodo bianco, il periodo rosso, il periodo del panino, il periodo – incredibile – del calamaro. Dico incredibile pensando alla consistenza faticosa nel masticare un mollusco appena scottato. Eppure. Il bambino autistico a tavola sa essere imprevedibile.

Ci sono state fasi più o meno lunghe in cui ha mangiato determinati alimenti rifiutandone altri, fasi in cui ha mangiato poco, fasi di adattamento nella nuova scuola in cui a mensa non ha toccato cibo. Anche dal cibo passa per mio figlio la richiesta sociale continua di adattarsi a un mondo che non è stato progettato per le sue caratteristiche.

Anche il cibo con la sua stimolazione sensoriale può portare a un sovraccarico e a un momento di crisi. Per questo, abbiamo pensato a un rituale per il momento del pasto, alla prevedibilità di un menù settimanale, alla scoperta di un nuovo cibo in piccole quantità seguito da una ricompensa.

Immagini e percezioni

Ho detto che mio figlio considera colore, odore, temperatura, consistenza. Non ho detto la cosa più importante: il racconto. Mio figlio ha aperto l’esperienza del cibo anche attraverso un immaginario. Quando gli proponevo di mangiare qualcosa di nuovo, glielo raccontavo inventando un nome: nuvolette di mare per le polpette di pesce, stelle e corteccia di bosco per la minestra di pasta e lenticchie.

L’immaginario poi è stato lui stesso a crearlo: i broccoli sono entrati nel piatto perché li ha visti nuotare in un fiume viola in Inside Out; se i compagni di classe mangiano il gelato, lui si sforza di passare la lingua su quella colatura fredda per sentirsi nel gruppo. Attraverso la conoscenza dell’autismo di mio figlio anche il mio immaginario è cambiato.

Ho scoperto, per esempio, che in famiglia sono l’unica a scegliere un certo tipo di forchetta, quella con la scanalatura nel mezzo e i rebbi dritti e medio-lunghi. Ora ci faccio caso. Come faccio caso al fastidio che provo se mio marito sbuccia un mandarino mentre io sto ancora finendo il secondo: l’odore mi guasta il pasto. Come faccio caso a un ristorante molto rumoroso mentre sto masticando.

La relazione di mio figlio con il cibo ha reso sottile, e ricca, e intensa, la percezione che ho di quello che mangio, di come lo mangio, di cosa e chi ho intorno mentre mangio. Faccio caso a chi intorno a me scansa un cibo nel piatto, chi aspetta la temperatura giusta se la minestra è bollente, chi sputacchia di nascosto in un fazzoletto, chi ha quell’attimo di apnea prima di impugnare la forchetta. Farci caso è un gentile atto di cura e prossimità in un mondo violento. Grazie, cristallo di sale.

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