I pm: «Sull’ex senatore quadro indiziario significativo, ma non c’è la ragionevole certezza». La figlia del Cavaliere: «Serve la responsabilità civile delle toghe». Esulta anche Meloni
«Gli esiti investigativi prospettano che vi siano soggetti in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi, mai veicolate alla magistratura» e ancora «seppure si configuri un quadro indiziario significativo quanto alla posizione del Dell’Utri (…) non vi sono elementi che consentano di formulate una ragionevole previsione di condanna». I magistrati fiorentini che hanno chiesto ed ottenuto la sesta archiviazione nell’inchiesta sui mandanti esterni per le stragi del 1993 e 1994 disegnano un quadro che verosimilmente fa pensare ad una riapertura del fascicolo a breve se non già in atto.
La raffica di «Omissis» che si susseguono nelle cinque pagine del decreto di archiviazione, consegnate agli avvocati, fanno ragionevolmente pensare che dietro quegli spazi bianchi vi siano elementi sui quali l’antimafia di Firenze sta ancora lavorando per cercare di ricostruire il coacervo di interessi che fece da regia alla seconda parte della stagione stagista.
Leggendo il provvedimento, depositato il 15 gennaio, dopo che a dicembre erano scaduti i tempi delle indagini preliminari, le bombe che seminarono morti a Firenze Roma e Milano, attaccando il patrimonio artistico del paese, puntavano a un regime change: l’attacco stragista, spiegano i magistrati nel decreto di archiviazione, puntava alla creazione di un muovo assetto di potere che garantisse il rapporto politico/mafioso che si era chiuso con i vecchi referenti considerati inadeguati dopo la conferma degli ergastoli al maxi processo.
Ma quelle bombe, secondo quanto scrivono i magistrati fiorentini, sono anche l’esito della trattava tra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni. Una trattativa, si legge nelle carte di Firenze, che nonostante il proscioglimento di Mario Mori e Giuseppe De Donno, non appare smentita, visto che l’assoluzione è stata motivata sulla «carenza dell’elemento psicologico della fattispecie in contestazione».
Le troppe archiviazioni
L’indagine sui mandanti esterni era partita nel 1996 quando il procuratore di Firenze Pierluigi Vigna aveva aperto, insieme al suo aggiunto e ai sostituti Giuseppe Nicolosi e Gabriele Chelazzi, l’inchiesta su “Autore 1” e “Autore 2”, questi i nomi di copertura inseriti negli atti per non svelare l’identità di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, indagati come mandanti. Nel 1998 vi era stata la prima archiviazione, seguita dalla riapertura e da altre archiviazioni e riaperture. L’ultima nel 2020 dall’allora procuratore Giuseppe Creazzo e dagli aggiunti Luca Turco e Luca Tescaroli che pochi mesi dopo, sulla base di nuove evidenze investigative, chiesero e ottennero la riapertura delle indagini. Ora la notizia dell’ultima archiviazione depositata il 15 gennaio.
All’ottavo piano del Palazzo di giustizia nessuno ha voglia di parlare, tanto meno di spiegare se siamo di fronte a una pietra tombale, oppure si tratta dell’ennesima “archiviazione tecnica” visto che i termini delle indagini preliminari erano scaduti il 22 dicembre e non erano più prorogabili. I sostituti Lorenzo Gestri e Leopoldo De Gregorio rimandano alla procuratrice, Rosa Volpe, che al cronista che le pone la domanda diretta risponde in modo sibillino «Continuiamo a lavorare».
Le parti offese, secondo quanto reso noto dall’avvocato Danilo Ammanato che le assiste, non sarebbero state però informate della richiesta di archiviazione. Informazione obbligatoria per legge. Una dimenticanza simile a quella che avvenne in occasione dell’archiviazione dell’estremista nero Paolo Bellini, anche lui indagato per concorso nelle stragi perché avrebbe suggerito al boss di Cosa nostra Antonino Gioè di colpire il patrimonio artistico e monumentale. Bellini, legato ai servizi segreti e soprattutto condannato per la strage di Bologna, venne archiviato perché secondo il giudice per le indagini preliminari non vie era prova del suo legame con l’estremismo nero.
L’associazione dei familiari delle vittime di Via dei Georgofili non nasconde preoccupazione e disappunto per aver appreso dell’archiviazione dai giornalisti. «La notizia ci ha colto di sorpresa. Si è ripetuto quello che era accaduto Bellini – spiega Daniele Gabrielli, vice presidente dell’associazione – c’è un obbligo di legge che è stato violato, vedremo con i legali se fare ricorso in Cassazione».
«Ci auguriamo si possa poi riprendere e continuare il filone di indagini già avviate da Tescaroli – si legge in una nota diffusa dell’associazione – poiché non mancano procedimenti ancora in corso a Firenze in cui stanno emergendo fatti e circostanze di una certa rilevanza. Non vorremmo che fosse in atto l’ennesima “trattativa” per far emergere una “verità normalizzata” tale da non nuocere al sistema politico».
Le reazioni politiche
Chi non si è stupito è invece la famiglia Berlusconi che, dopo la diffusione della notizia grazie ad un secco lancio di agenzia che arriva da Milano non da Firenze, è immediatamente intervenuta affidandosi alle parole della figlia del Cavaliere. «L’incredibile storia dell’inchiesta di Firenze mostra una volta di più in quali condizioni si trovi la giustizia italiana», ha detto Marina Berlusconi che usa l’archiviazione per Dell’Utri (suo padre era già fuori dall’indagine essendo deceduto) per attaccare i giudici e chiedere «una vera responsabilità civile dei magistrati».
Le fa eco la premier Giorgia Meloni: «L’archiviazione rappresenta l’ennesima conferma di una verità storica e giudiziaria incontrovertibile – sostiene la presidente del Consiglio – dopo decenni di indagini e processi, si chiude anche quest’ultimo capitolo con l’unica conclusione possibile, ovvero l’assoluta inesistenza di rapporti tra Silvio Berlusconi e la criminalità organizzata».
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