È successo a Padova e a Sollicciano: morti avvenute in istituti segnati da sovraffollamento, trasferimenti, fragilità psichiche e carenza di personale. Intanto Nordio non risponde alle interrogazioni che chiedono soluzioni tempestive. Il 3 febbraio la mobilitazione con l’associazione Antigone
Negli ultimi giorni, una serie di suicidi in carcere ha riportato al centro della cronaca la durissima condizione delle persone recluse. Nel carcere Due Palazzi di Padova, tra il 27 e il 28 gennaio, un detenuto di 74 anni si è tolto la vita nella sua cella mentre era in attesa di trasferimento.
Trentasei ore dopo, nello stesso istituto padovano, una persona detenuta di 36 anni ha compiuto il medesimo gesto. A centinaia di chilometri di distanza, intanto, un’altra persona di 29 anni è morta suicida nel carcere di Sollicciano, quartiere di Firenze.
Vite spezzate in cella
Delle vicende si sa ancora molto poco. Il ragazzo detenuto a Sollicciano si era legato un lenzuolo attorno al collo nella sua cella ed era stato soccorso poco dopo dagli agenti di polizia penitenziaria, che lo avevano trasportato in condizioni gravissime all’ospedale di Careggi, dove è stato dichiarato morto il 30 gennaio.
«A togliersi la vita è stato un ragazzo giovane con problemi di dipendenza ma anche con fragilità di tipo psichiatrico», ha riferito la sindaca di Scandicci, Claudia Sereni (Pd). «Come lui ci sono tanti altri detenuti, nelle stesse condizioni. Il carcere non può diventare il buco nero dove le persone più in difficoltà vengono abbandonate a se stesse, senza alcun rispetto per la loro tutela e la loro dignità».
Queste morti riaprono con forza il tema del suicidio in detenzione come emergenza strutturale mai affrontata. Sul sovraffollamento e sulla necessità di depenalizzare alcuni reati, prevedendo misure alternative alla detenzione per quelli minori, il ministro della Giustizia Carlo Nordio è stato sollecitato con due interrogazioni parlamentari (presentate dalla senatrice Ilaria Cucchi e dalla deputata Stefania Ascari) rimaste ad oggi senza risposta.
La denuncia di Antigone e Legacoop
«I suicidi in carcere sono uno dei termometri dello stato del sistema penitenziario italiano – dice Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio di Antigone sulle carceri – e ci dicono che c’è un’emergenza che non si sta in alcun modo affrontando». Nelle carceri si respira sempre più tensione, le persone detenute sono sempre più fragili e «gli operatori stremati dalla incontenibile crescita dei numeri».
Continuare a parlare solo di edilizia penitenziaria, per Scandurra, è una strategia che «non porta a nulla». C’è bisogno di riforme e iniziative «che portino ad abbassare il numero di persone in carcere, garantendo così una presa in carico reale ed efficace delle tante fragilità che oggi si incontrano».
Le ultime morti raccontano, ancora una volta, un quadro in cui la disperazione deflagra in istituti sovraffollati, carenze di personale e di servizi di salute. In questo disastroso contesto, nel carcere di Padova si è scelto di spostare tutti i detenuti della sezione di alta sorveglianza in altre carceri, ponendo fine ai laboratori costruiti con le cooperative e allontanandoli dalle loro persone care.
«Scelte come queste sembrano puntare più a minare un sistema positivo che governare la politica carceraria – dice David Rizzo, presidente Lega cooperative Veneto – che non può essere vista solo come il giusto scontare della pena ma deve essere accompagnata da percorsi di recupero e di reinserimento. Questo concetto sembra sempre più lontano dalla visione strategica e politica di chi guida le decisioni in questo settore».
I dipendenti delle cooperative che fanno parte di Legacoop Veneto sono da due giorni in sit-in di protesta davanti al carcere di Padova, proprio per queste ragioni: «Non possiamo non denunciare che scelte come queste rappresentano un’azione che mina le politiche lavorative in carcere, destabilizzano equilibri fragili ed esperienze che la cooperazione sociale sa gestire».
Giuristi e associazioni in piazza
La risposta delle reti della città di Padova al dramma delle carceri incalza duramente il governo: il centro sociale Pedro ha indetto una giornata di mobilitazione davanti al carcere Due Palazzi per il 3 febbraio alle 12, alla quale saranno presenti l’associazione Antigone, Ristretti orizzonti, Giuristi democratici, il sindacato Adl-Cobas e partiti della sinistra cittadina.
«Ci ritroveremo in presidio per dire basta alla tortura della detenzione senza diritti. I responsabili hanno nomi e cognomi e sono al governo: dal ministro Nordio al nostro concittadino Andrea Ostellari, sottosegretario alla Giustizia, che si fa vanto del sistema carcerario nonostante la situazione disastrosa nella quale versano le carceri», dice Rolando Lutterotti del centro sociale Pedro.
Per l’associazione Giuristi democratici «ogni morto in carcere è una colpa dello stato, intollerabile per un ordinamento democratico e civile. È ora di smetterla di produrre galera e repressione, unica risposta che il governo pare saper dare ad ogni problematica».
Per la rete di giuristi è il momento di cambiare definitivamente pagina «ricorrendo alla detenzione davvero come extrema ratio per tutti e tutte, depenalizzando e riducendo le pene draconiane che imperversano ormai nel nostro sistema penale. Le carceri si devono svuotare con provvedimenti di amnistia e indulto da emanarsi nel più breve tempo possibile».
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