P.M., recluso nel carcere Due Palazzi, si è suicidato a causa dell’annuncio dell’imminente trasferimento a migliaia di chilometri di distanza. Gonnella, presidente di Antigone: «I trasferimenti interrompono relazioni e percorsi di reinserimento». I numeri record del sovraffollamento negli istituti in Veneto
Nelle carceri italiane la vita delle persone detenute resta un dato sacrificabile. A pagarne le conseguenze è stato P.M., 74 anni, detenuto nel carcere di Padova. L’uomo è stato trovato morto nella mattina di mercoledì 28 gennaio nella sua cella. Di fronte alla prospettiva di trasferimento – richiesto dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) a seguito della chiusura della sezione di Alta sicurezza in cui era detenuto insieme ad altre 23 persone – l’idea di essere trasportato a migliaia di chilometri di distanza ha spinto l’uomo a togliersi la vita.
«Il trasferimento è stato comunicato dall’oggi al domani – racconta Ornella Favero, direttrice della rivista Ristretti Orizzonti – e il detenuto, che frequentava un laboratorio di cucito, in un attimo si è visto portar via il poco che aveva. Si è sentito perso». Secondo Favero, la decisione del Dap di chiudere la sezione alta sicurezza è stata presa «per comodità». «Ha portato queste persone – ha detto – in altre carceri del sud Italia e ha evitato una scocciatura: quella di gestire una sezione con le attività e gli spazi dell’alta sicurezza. Ora, in queste sezioni, stiperanno cinquanta detenuti anziché venti».
Anche Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, parla di una pratica ormai strutturale: «I trasferimenti interrompono relazioni, attività e percorsi di reinserimento e rappresentano una risposta solo apparente al sovraffollamento». Troppe volte, spiega, «vediamo richieste di sfollamento urgenti da parte di istituti penitenziari in reale affanno e persone detenute che vengono prese e trasferite altrove, senza dialogo e percorsi concertati. Sfollamenti che, peraltro, risultano una soluzione effimera con posti che tornano rapidamente a riempirsi».
«Nessuna prospettiva»
La regione Veneto, d’altronde, ha un triste primato: secondo il rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, aggiornato al 31 luglio 2025, il tasso di sovraffollamento nelle carceri venete è di circa il 148,6 per cento, tra i più alti in Italia.
«Il mio primo pensiero va a P.M. che si è tolto la vita e ai suoi familiari», dice Ilaria Cucchi, senatrice di Avs e vicepresidente della Commissione giustizia del Senato. I detenuti, troppo spesso, «diventano carne da macello, pacchi da trasferire da un posto all’altro come se non contassero nulla». Per Cucchi scelte come quella del Dap non vengono fatte a caso: «Il governo non sta rispondendo ai bisogni reali dei suoi cittadini, figuriamoci del sovraffollamento e delle condizioni delle persone detenute».
Fa approvare il pacchetto sicurezza con nuovi reati «per parlare alla pancia della gente, accanendosi sulle persone detenute, sui migranti, sulle persone che utilizzano sostanze». Il numero da record dei suicidi in carcere è sotto gli occhi di tutti: «Negli ultimi anni ha raggiunto livelli impressionanti, buona parte di questi sono dovuti da sovraffollamento e dal fatto che il detenuto non vede alcuna prospettiva di recupero e di vita». La gravità della condizione carceraria tocca anche gli agenti di polizia penitenziaria «che decidono di togliersi la vita». Ciò significa che è un problema «reale e sentito da chi vive il carcere».
«Non è una fatalità»
Anche Stefania Ascari, deputata del M5S in commissione giustizia, antimafia e femminicidio, denuncia una situazione allarmante. Negli ultimi mesi è stata in visita in diverse carceri del Veneto e ha riscontrato le stesse criticità presenti in tutti gli istituti italiani: strutture fatiscenti, sovraffollamento cronico, carenza drammatica di educatori, psicologi, funzionari giuridico-pedagogici e mediatori culturali.
«Quello che è accaduto a Padova non è una fatalità – dice Ascari – È una morte annunciata, prodotta da scelte politiche precise. Quando lo Stato decide di strappare via persone da percorsi di reinserimento costruiti in anni - senza spiegazioni, senza urgenza, senza trasparenza - non sta garantendo sicurezza, sta esercitando violenza istituzionale».
Il suicidio nel carcere di Padova non è un episodio isolato, «ma il risultato diretto di una visione punitiva e regressiva della giustizia». Trasferire detenuti già reinseriti, interrompere lavoro, relazioni, speranze, significa «distruggere deliberatamente ciò che funziona». Per Ascari c’è «una responsabilità politica grave. Chi governa sa benissimo che spezzare percorsi di vita significa aumentare il rischio di suicidi, di autolesionismo, di violenza. Eppure lo fa lo stesso, in nome di una propaganda securitaria che non rende più sicuro nessuno, ma rende lo Stato più crudele». Cucchi e Ascari annunciano che domani depositeranno due interrogazioni parlamentari al ministro Nordio: «Il Governo deve rispondere delle proprie scelte e delle loro conseguenze».
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