Il progetto sarà concluso a fine estate. Per circa 200 braccianti che vivono nella tendopoli sarà prevista una nuova sistemazione. «L’obiettivo è creare una fattoria sociale che punti alla produzione biologica e a canali di vendita alternativi alla grande distribuzione», racconta il sindaco
La tendopoli di San Ferdinando chiuderà entro la fine dell'estate. Dopo sedici anni. Non si tratta di un'evacuazione, ma di una chiusura programmata, finanziata, con un progetto a valle. Ad annunciarne lo smantellamento è il sindaco del comune che la ospita, Gianluca Gaetano. Il campo, nato nel 2010 sull'onda delle rivolte di Rosarno, è diventato nel tempo una delle immagini simbolo del fallimento delle politiche migratorie italiane: un insediamento temporaneo che non è mai diventato altro. Abitato ogni inverno da cinquecento lavoratori agricoli impegnati nella raccolta delle arance, che scendono a meno di duecento nei mesi estivi. Nessuna donna, nessun bambino. Solo uomini, quasi tutti con permesso di soggiorno regolare, contratto di lavoro e carta d'identità.
«Le risorse che abbiamo ricevuto in questi anni», dice il sindaco, «sono state usate per mantenere in vita il campo, non per superarlo». È una critica al sistema che viene dall'interno del sistema stesso. I fondi – erogati continuamente da ministero, Regione e Unione europea – hanno finanziato per tre lustri uno stato emergenziale cronico, senza produrre nulla. Quante risorse pubbliche siano confluite complessivamente nella gestione ordinaria della tendopoli dalla sua creazione a oggi non è dato saperlo: il sindaco stesso ammette di non avere un quadro chiaro. Quello che è certo è che il modello non ha funzionato.
La nuova sistemazione
Il primo cittadino tiene in mano un foglio. «È il decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri che mi assegna 750.000 euro per arredare le palazzine di Contrada Serricella», chiarisce, «lì saranno trasferiti entro la fine dell’estate circa 200 migranti».
I cinque fabbricati, per un totale di trentasei appartamenti, furono costruiti dalla Regione Calabria nel 2012 e poi mai utilizzati. Tra un paio di mesi ospiteranno gli uomini che attualmente vivono nella tendopoli, insieme a un ambulatorio medico e a un polo sociale integrato. Dal cassetto della scrivania viene fuori un altro documento. «Sono i 300.000 euro ottenuti dal Fondo asilo migrazione e integrazione che copriranno le spese di trasferimento e di transizione». Per la prima volta dopo sedici anni, i soldi stanziati non sono destinati a tenere in piedi le tende, ma a smontarle.
La destinazione finale, però, non sono le palazzine, ma un progetto più ambizioso che richiede una tempistica di dodici-diciotto mesi: la “Fattoria Solidale”. «Qui i migranti potranno abitare e lavorare», spiega il sindaco indicando la planimetria. Il Comune ha già acquistato una proprietà di tre ettari, di cui un ettaro coltivabile e seimila metri quadrati di capannoni, a cui si aggiungeranno terreni confiscati alla mafia. L’obiettivo è una fattoria sociale che punti alla produzione biologica e a canali di vendita alternativi alla grande distribuzione. Che non faccia solo da ostello: «Le condizioni abitative dignitose sono il prerequisito», afferma il sindaco, «ma senza tutela dei diritti e accesso alle risorse pubbliche – trasporto, formazione, sanità – anche dare un appartamento arredato è totalmente inutile».
Superare il ghetto
È un modello che prova a trasformare lavoratori invisibili in soggetti economici con diritti. «Lo scopo è superare il ghetto», precisa il sindaco. «Non sarà l’ennesimo recinto, ma un nuovo quartiere della città, che produrrà valore invece che consumarlo».
Nella piana di Gioia Tauro, dove operano seimila aziende agricole, i migranti rappresentano la colonna portante dell’economia locale. Eppure, l’integrazione con la popolazione non è mai avvenuta. Secondo l’Istat, circa il 40 per cento delle abitazioni del comune è vuoto, e le case date in affitto ai braccianti restano pochissime.
La chiusura della tendopoli lascia aperte molte questioni sul futuro del lavoro agricolo nella Piana e sul destino dei lavoratori stagionali che non rientreranno nel trasferimento. Ma qualcosa rende questo annuncio diverso dai tanti che lo hanno preceduto: i soldi ci sono, sono stati assegnati da un decreto della Presidenza del consiglio dei ministri; le palazzine esistono fisicamente e sono pronte ad essere arredate e abitate; il terreno della “Fattoria Solidale” è già di proprietà comunale.
Non è ancora una promessa mantenuta, ma è sicuramente un cantiere aperto. Se il modello funzionerà e se diventerà replicabile altrove, lo si vedrà nei prossimi anni. Per ora, entro questa estate, le tende verranno smontate.
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