Il 10 ottobre, l’eurodeputato olandese Rob Roos, membro del partito di destra JA21 e vicepresidente del gruppo dei Conservatori e riformisti europei, durante un’audizione della commissione Covid al parlamento europeo, ha rivolto una brusca domanda a Janine Small, alto dirigente della casa farmaceutica Pfizer: «Il vaccino anti Covid di Pfizer è stato testato per capire se fosse in grado di fermare la trasmissione del virus prima di essere messo sul mercato? Se no, per favore lo dica chiaramente. Se sì, è disposta a condividere i dati con questa commissione? Mi auspico davvero una risposta secca: sì o no?»

Small ha risposto stupita: «Mi chiede se sapevamo se il vaccino fermasse o no la trasmissione? No! Noi dovevamo davvero muoverci alla velocità della scienza per capire davvero cosa stesse succedendo sul mercato».

Roos ha quindi postato un video sui suoi canali Twitter e Facebook in cui affermava stupefatto: «Ho fatto una scoperta sconvolgente! Nessuno ha mai testato se il vaccino Pfizer contro il Covid fosse in grado di prevenire la trasmissione del virus! La frase “dovete vaccinarvi per proteggere gli altri” è una bugia! Il solo scopo del green pass era costringere le persone a vaccinarsi!» 

Il video è diventato in poco tempo virale, ed è stato prontamente ripreso da tutti i cospirazionisti e i No-vax d’Europa. In Italia, è diventato il cavallo di battaglia di Maddalena Loy, giornalista del quotidiano La Verità, che ha dedicato pagine intere alla vicenda. Peccato che tutto ciò che il deputato Roos ha detto è falso o fuorviante.

Ritorno al 2020

Partiamo dall’inizio: la risposta di Janine Small è perfettamente corretta. Pfizer non ha mai testato se il suo vaccino interrompesse la trasmissione del virus prima di metterlo in commercio perché, semplicemente, non doveva farlo: la sperimentazione clinica del vaccino sull’uomo aveva il fine di scoprire se esso fosse in grado di prevenire la malattia grave e la morte e se fosse sicuro, e non se fosse in grado di prevenire la trasmissione del virus da persona a persona.

Dal gennaio del 2020 il Covid-19 stava uccidendo milioni di persone in tutto il mondo. Contro il virus non c’era cura, per proteggerci potevamo solo ricorrere ai cosiddetti interventi non farmacologici – lockdown, isolamento, distanziamento sociale, mascherine.

Diverse case farmaceutiche, tra cui Pfizer, si sono messe in fretta e furia a sviluppare un vaccino. In poco tempo sono riuscite a produrre vaccini sperimentali che sono stati testati prima su colture cellulari e poi su animali come ratti e macachi. I vaccini funzionavano, ma bisognava sperimentarli sull’uomo.

Ovviamente, la sperimentazione clinica sull’uomo doveva essere autorizzata e supervisionata da un ente di sorveglianza indipendente, come l’americana Food and Drug Administration (Fda) o la European Medicine Agency (Ema). 

La Fda americana ha concesso a Pfizer un’autorizzazione di emergenza per un trial clinico del suo vaccino in regime di rolling review, ovvero con revisione dei dati in corso d’opera. Cosa significa? In condizioni normali, per testare l’efficacia di un vaccino, la Fda avrebbe detto: “Abbiamo tempo, testate il vaccino su poche centinaia di individui, e tra un anno o due ci venite a comunicare i dati, e se sono buoni autorizzeremo la sua vendita”. 

Ma il mondo non era in condizioni normali, bisognava agire in fretta. E così la Fda ha detto: “Non c’è tempo da perdere, testate il vaccino su molte migliaia di individui e a mano a mano che raccogliete i dati, al raggiungimento di specifici obiettivi ce li comunicate, e se sono buoni autorizzeremo il suo utilizzo”.

“Anni-paziente”

In epidemiologia dei vaccini si usa il concetto di “anni-paziente”. Per capire se un vaccino protegge contro il Covid, ad esempio, posso osservare un paziente vaccinato e uno non vaccinato per dieci anni, oppure dieci pazienti vaccinati e dieci non vaccinati per un anno, per vedere se si ammalano o no: ai fini statistici i risultati che ottengo sono equivalenti, perché in totale si tratta in entrambi i casi di 20 “anni-paziente”.

Gli scienziati di Pfizer hanno condotto la sperimentazione su un numero gigantesco di individui, mai visto prima. Hanno arruolato 43.661 individui residenti negli Stati Uniti. A circa metà hanno inoculato il vaccino, all’altra metà, hanno inoculato un placebo, cioè acqua distillata con dentro nulla.

Lo studio è iniziato Il 27 luglio 2020, giorno in cui gli studiosi hanno iniziato a inoculare il vaccino o il placebo ai volontari, e si è concluso il 14 novembre 2020, giorno in cui è stato raggiunto il primo obiettivo prestabilito.

Quel giorno si è infettato il 170esimo dei volontari coinvolti nell’esperimento e si è raggiunto un numero di anni-paziente statisticamente rilevante. Gli scienziati hanno osservato che nel gruppo dei soggetti che avevano ricevuto il placebo si erano ammalati in 162, di cui 8 in maniera gravissima. Nel gruppo dei vaccinati se n’erano ammalati solo 8, tutti lievemente.

Hanno quindi calcolato che il vaccino aveva un’efficacia del 95 per cento, ovvero che riduceva del 95 per cento il rischio di contrarre la malattia: un risultato prodigioso. Inoltre, hanno notato che nessuno degli individui che aveva ricevuto il vaccino aveva mostrato effetti collaterali gravi.

Con ciò, la sperimentazione è terminata, perché si è capito che il vaccino era efficace e sicuro, e gli scienziati della casa farmaceutica hanno illustrato i risultati in un articolo dal titolo “Sicurezza ed efficacia del vaccino a Rna di Pfizer contro il Covid”, pubblicato il 10 dicembre 2020 sul New England Journal of Medicine, una prestigiosissima rivista scientifica.

Il giorno dopo, sulla base di quei dati, la Fda ha autorizzato l’uso del vaccino annunciando: «La Fda ha deciso che il vaccino Pfizer ha raggiunto i criteri stabiliti per l’emissione di un’autorizzazione all’uso di emergenza. Al momento non sono disponibili dati per determinare quanto a lungo il vaccino fornirà una protezione immunitaria, e non c’è prova che il vaccino prevenga la trasmissione del Sars-CoV-2 da persona a persona».

L’accordo tra Israele e Pfizer

Quindi, fin dal principio era chiaro che il vaccino Pfizer non era stato testato per capire se riuscisse a prevenire la trasmissione del virus: era scritto a chiaramente da tutte le parti. Per scoprire se il vaccino fosse in grado di prevenire la trasmissione occorreva una sperimentazione diversa, che è arrivata nel giro di soli due mesi.

Il 6 gennaio 2021 lo stato di Israele e Pfizer hanno firmato un accordo pubblico, in base al quale «le due parti stabiliscono di cooperare e di scambiare informazioni e dati riguardanti l’uso e la somministrazione del vaccino anti Covid anche allo scopo di tracciarne i rischi e i benefici». 

In pratica Pfizer forniva il suo vaccino a Israele a prezzo calmierato, e in cambio Israele si impegnava a vaccinare tutti gli abitanti del paese (8 milioni) e a monitorarne l’efficacia. Scopo principale dello studio era ovviamente capire se il vaccino funzionasse su una popolazione reale e quanto a lungo durasse l’immunità da esso indotta; scopo secondario era capire se esso fosse in grado di arrestare la trasmissione del virus.

Gli scienziati israeliani hanno avviato una campagna di vaccinazione di massa che gli ha permesso di condurre un gigantesco studio di popolazione che ha prodotto una mole enorme di dati, illustrati in diversi articoli comparsi sulle più prestigiose riviste scientifiche.

Il primo articolo degli scienziati israeliani ha titolo “Il vaccino Pfizer a Rna nel contesto di una campagna di vaccinazione di massa su scala nazionale”, ed è stato pubblicato sul New England Journal of Medicine il 24 febbraio 2021. Questo studio ribadisce che il vaccino di Pfizer è efficace nel prevenire la malattia grave e la morte, ed è sicuro. Inoltre, scrivono gli scienziati, «il vaccino diminuisce anche il rischio di contrarre l’infezione asintomatica del 29 per cento durante il periodo da 14 a 20 giorni dopo la prima dose, del 52 per cento da 21 a 27 giorni dopo la prima dose, e del 90 per cento 7 o più giorni dopo la seconda dose».

In altre parole, un vaccinato che venga in contatto con un portatore, specie se ha ricevuto due dosi, corre un rischio minore di essere infettato dal coronavirus e di sviluppare una infezione asintomatica rispetto a un non vaccinato: quindi il vaccino sfavorisce la trasmissione del virus.

La trasmissione del virus

Decine e decine di studi successivi, tutti regolarmente pubblicati sulle riviste scientifiche più importanti, hanno poi dimostrato che chi è vaccinato ha un rischio minore di essere infettato in maniera sintomatica o asintomatica dal virus, visto che possiede un sistema immunitario già addestrato dal vaccino a debellare il virus; e che chi è vaccinato ha anche un rischio minore di infettare gli altri, poiché il suo sistema immunitario addestrato dal vaccino gli permette di eliminare più in fretta il virus dal suo corpo.

Insomma, chi è vaccinato ha una minore probabilità di essere infettato dal virus, e se anche viene infettato riesce a trasmettere il virus agli altri per un tempo inferiore e con una carica virale più bassa.

Altri studi, sempre di quello stesso gruppo di scienziati israeliani, hanno dimostrato che la protezione immunitaria indotta dal vaccino contro la malattia grave, la morte e il contagio comincia a declinare dopo circa sei mesi, anche se rimane sufficientemente elevata, e che tuttavia basta un’ulteriore dose di vaccino, cioè un richiamo, per farla tornare ai livelli precedenti.

Quindi i vaccini prevengono la trasmissione del virus, e il green pass, da rinnovare ogni sei mesi, è una misura giustificata e sacrosanta. Gli scienziati che sanno come funzionano i vaccini queste cose le conoscono benissimo, invece il deputato Rob Roos e i giornalisti della Verità, come Maddalena Loy, che non sanno come funzionano i vaccini, le ignorano totalmente.

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