Ai no comment o alle battute davanti alle telecamere seguono, lontano dai riflettori, richieste di ispezioni e denunce nei confronti dei giornalisti che raccontano gli scandali finanziaria della Lega di Matteo Salvini. Il metodo Lega è questo: di fronte a inchieste giornalistiche il partito preferisce il silenzio, la non risposta o al massimo la battuta del leader, «o un monolocale, lo dichiaro, spero non me lo sequestrino». 

Il metodo prevede la strategia sotterranea di pagare ottimi avvocati per le cause contro i cronisti, che spesso non arrivano neppure in dibattimento perché vengono archiviate prima, con motivazioni solide sul valore che ha il giornalismo d’inchiesta in una democrazia. Oppure come accaduto di recente leghisti del consiglio di amministrazione Rai invocano controlli sulle fonti dei giornalisti che hanno condotto indagini sui fondi e sulle relazioni opache della Lega. 

Matteo Salvini ha l’abitudine di parlare senza mai  essere interrotto. I suoi comizi, in piazza come in televisione, sono intervallate solo dalle sue pause o dagli applausi. Il leader della Lega è un capo a cui piace l’orazione popolare ma solo su questioni che riesce a controllare e governare: l’immigrazione e l’Europa.

Fuori da questa comfort zone è insicuro e per questo non risponde, evita il confronto o più semplicemente, detta alla romana, la butta in caciara smarcandosi dalle domande scivolose con una battuta da bar. Ora, Salvini anche da senatore è giusto che frequenti locali e baretti, ma le risposte su questioni cruciali di trasparenza e etica deve darle, non può esimersi dal farlo. Non è un cittadino comune, è un politico, è stato un ministro e vicepremier e guida il primo partito italiano, secondo i sondaggi. 

Salvini però prosegue per la sua strada. Degli scandali giudiziari non parla o risolve tutto con una frase a effetto. Oppure insieme al suo entourage tenta di intervenire silenziosamente su chi racconta la verità sula gestione delle finanze della Lega: dai 49 milioni di euro da restituire allo stato alle consulenze date dalla regione Lombardia a parenti a cognati del governatore leghista Attilio Fontana fino alle ipotesi più gravi di sottrazione di denaro pubblico da parte dei commercialisti del partito e usati come ha raccontato un testimone coinvolto nella vicenda «per la campagna elettorale».

Quando si parla di queste questioni di etica e trasparenza Salvini tace o si rivolge agli avvocati per portare i giornalisti in tribunale, per poi perdere, come è accaduto nell’ultimo anno, e chi vi scrive ve lo può garantire per averlo vissuto in prima persona. Gli scandali sui conti del partito nascono principalmente da alcune inchieste giornalistiche che ho avuto l’onore di firmare insieme al collega Stefano Vergine su L’Espresso e che adesso sul quotidiano Domani proseguono. 

Salvini non ha mai risposto nel merito: né sulla vicenda Lombardia film commission, né sul Russiagate, né sul finanziamento illecito per il quale è sotto processo il tesoriere della Lega e amico del leader. Ha usato la strategia del silenzio pubblico per far si che le notizie compromettenti sul partito rimanessero fuori dai suoi canali social. Sarebbe bastata una reazione, un post, un tweet per rilanciare i lavori giornalistici e attirare l’attenzione degli altri media. 

È notizia freschissima, riportata dal Fatto Quotidiano, che i leghisti del Cda della Rai e l’avvocato Andrea Mascetti, leghista doc e manager di banca abbiano chiesto di conoscere fonti e contatti dei giornalisti di Report che si sono occupati di Mascetti, Fontana e i commercialisti del partito.

Conoscere le fonti di un giornalista è un atto eversivo. Mi è capitato soltanto una volta in carriera, proprio quando avevamo svelato la trattativa segreta del Metropol a Mosca: il negoziato del leghista Gianluca Savoini, grande amico di Salvini, con i russi per finanziare il partito in previsione delle elezioni europee del 2019. A chiederci di bruciare le nostri fonti informative fu il Cremlino con una nota diffusa dalle agenzie. 

È indicativo di come la Lega affronta questioni spinose osservare le spese negli ultimi anni per gli avvocati incaricati di difendere Salvini in processi per querele e denunce varie.

I leader politici dovrebbero rispondere alle domande dei giornalisti, anche se queste sono domande scomode, controcorrente rispetto alla narrazione imposta dal leader.

Un leader della stazza di Salvini e un partito come la Lega dovrebbero fare questo, non portare in tribunale o chiedere ispezioni alla Rai per avere informazioni sui contatti e le fonti dei cronisti che si occupano della trasparenza di un partito.

Chi segue queste ultime strade vuol dire che teme il confronto pubblico su questioni che esulano dalla propaganda sovranista. 

Ma questo non vale solo per Salvini. È la destra italiana a soffrire il confronto su fatti oggettivi. Ricordate “Ruby rubacuori”, l’olgettina più famosa fatta passare per la «nipotina di Mubarak»? Tutta la destra all’epoca sosteneva la tesi di Silvio. Molto diverso da quanto accade negli altri paesi: Donald Trump già nelle prime ore dello spoglio elettorale ha iniziato a parlare di frode elettorale, molti suoi colleghi di partito, repubblicani come lui, si sono smarcati da questa accusa infondata. Lo hanno fatto perché la verità è un valore che va oltre l'appartenenza politica. 

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