Il rifiuto di partecipare a Lucca Comics da parte di Zerocalcare è stato interpretato da Gianfranco Pellegrino come l’ultimo eclatante esempio di una ricerca della purezza individuale incapace di capire le conseguenze del proprio atto.

L’ultima versione di un’etica della testimonianza che è incastrata nel proprio io e non sa prendersi la responsabilità del proprio atto. Pellegrino si chiede se, quindi, Zerocalcare non avrebbe dovuto estendere la sua protesta e proporre un boicottaggio.

Nel suggerire queste implicazioni, Pellegrino lascia intendere che tutto questo è assente dal post di Zerocalcare che pare crogiolarsi soltanto nel mantenimento della purezza senza prendere sul serio la politicità del proprio atto.

La questione trascende il conflitto in atto e va presa sul serio indipendentemente da quello che ciascuno di noi pensa del conflitto Israele-Palestina. Non si tratta soltanto di un problema per artisti e intellettuali, ma in fondo tocca tutti quanti.

Il posizionamento politico responsabile è un dovere per politici e attori istituzionali. Ma, in che misura vale per tutti e anche per artisti e intellettuali? Da un lato si tende a sopravvalutare la rilevanza politica di artisti e intellettuali (anche con esiti tragicomici come il fallimento del sostegno di Hollywood ed élite culturale americana per Hillary Clinton). Dall’altro, a prescindere dall’impatto che una persona famosa può avere, è giusto chiedere responsabilità del proprio posizionamento anche da parte di chi non ha un vero potere.

La propria coscienza

Cosa vuol dire essere responsabili in questo caso? Non siamo di fronte a una situazione di agire sconsiderato, fiat iustitia perat mundus, come lasciava intendere Max Weber nella sua famosa formulazione dell’opposizione tra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità. E non è nemmeno il caso di pretendere che l’artista debba agire come se fosse un rappresentante eletto. Si pone, piuttosto, il problema del rapporto tra la propria coscienza e l’impossibilità di controllare le situazioni in cui giocoforza ci troviamo a vivere.

Zerocalcare avrebbe potuto far tacere la propria coscienza e partecipare a Lucca Comics come se nulla fosse. Ma il motivo per cui in tanti lo apprezzano è proprio perché riflette in pubblico sulla difficoltà di agire correttamente. Oppure avrebbe potuto non presentarsi senza addurre motivi politici. Ma sarebbe stato più corretto se lo avesse fatto?

Oppure, come suggerisce Pellegrino, avrebbe potuto essere più coerente ed esigente e trasformare questo suo disagio personale in un atto di protesta politico, ad esempio, facendo partire una petizione contro il comportamento di Israele. Ma è necessario trasformare il proprio disagio di coscienza in una chiamata agli scudi? Non sarebbe stato questo un atto terribilmente arrogante, una forma di presunzione morale di fronte alla difficoltà della situazione? L’ultima serie di Zerocalcare, Questo mondo non mi renderà cattivo, cerca proprio di rappresentare la difficoltà di far valere la propria posizione morale di fronte alle legittime idee degli altri.

Del resto, il suo post si conclude con un abbassamento dei toni («Non è una gara di radicalità, e da parte mia non c’è nessuna lezione o giudizio morale verso chi andrà a Lucca»). Non voglio qui difendere Zerocalcare (non ne ha bisogno) e sulla sostanza della questione molto probabilmente la mia posizione diverge dalla sua.

Io stesso ho poca simpatia verso il bisogno di integrità e purezza, forse perché i miei principi sono molto più deboli o penso che il compromesso sia sempre inevitabile. Ma mi pare che il rifiuto di mettersi in una posizione di superiorità morale marchi una grande differenza tra il posizionamento di Zerocalcare e la presuntuosa postura che cerca la purezza a tutti i costi.

 

 

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