Il danno è fatto, ora la domanda è come – e se – rimediare. L’emendamento al decreto Sicurezza votato al Senato che prevede la «corresponsione» di 615 euro all’avvocato che abbia ««fornito assistenza al cittadino straniero» per fare domanda di rimpatrio volontario assistito, ma solo «ad esito della partenza», ha scatenato una polemica che ha colto di sprovvista anche la stessa maggioranza, che aveva firmato compatta l’emendamento nonostante i pareri contrari dei ministeri dell’Economia e della Giustizia.

Il guaio è talmente grosso che, in serata, il sottosegretario Alfredo Mantovano è salito al Colle per una interlocuzione per capire come risolvere il pasticcio, segno che la questione ha raggiunto il livello massimo di allerta a palazzo Chigi, uscendo dalla sola dinamica parlamentare.

Il punto, infatti, è che la norma appare incostituzionale (in violazione dell’articolo 24) e il presidente della Repubblica mai potrebbe firmare una norma manifestamente contraria alla Carta. In giornata Forza Italia, per bocca del neo capogruppo e avvocato Enrico Costa ha ipotizzato la presentazione da parte di Forza Italia di un ordine del giorno che impegna il parlamento a cambiare la norma, che comunque avrebbe bisogno di un decreto per essere attuata.

Il problema è che questo non basterebbe a risolvere il problema di una previsione incostituzionale, che comunque il Colle non potrebbe firmare. E questo crea un effetto non da poco: il decreto Sicurezza infatti va convertito entro il 25 aprile e oggi la Camera dovrebbe votare la fiducia, perché una nuova modifica significherebbe farlo decadere. Ecco il punto: dopo il sì a Montecitorio, il Quirinale dovrà decidere se promulgare o meno il testo, oppure ancora se firmarlo con riserva, con una lettera ai presidenti di Camera e Senato per invitare a sopprimere la norma nel primo decreto utile. In caso di mancata firma con rinvio alle camere, però, il decreto tanto caro al centrodestra decadrebbe creando un danno non da poco all’esecutivo.

Su questo le opposizioni sono andate all’attacco. Considerando troppo poco e non risolutiva l’ipotesi dell’odg, perché non salverebbe dall’incostituzionalità il decreto, il Pd, Avs e M5S hanno chiesto e ottenuto la sospensione dei lavori di commissione, per approfondimenti, alla luce delle perplessità del Capo dello Stato.

«Il centrodestra è in stato confusionale» ha detto Elly Schlein, citando «la sonora sconfitta referendaria». «Va ricordato a Meloni che gli avvocati sono chiamati a difendere i diritti e gli interessi del proprio assistito, e non del governo di turno», ha detto, parlando di linea «dettata da Casapound e Vannacci».

Non solo la politica

Proprio il parallelo con il referendum anima da giorni le chat di avvocati e magistrati. Le due categorie, contrapposte fino al 23 marzo sul voto, hanno fatto fronte comune contro il governo: dopo Ocf, tutte le associazioni e in particolare l’Unione camere penali italiane si sono subito espresse molto criticamente sul testo, parlando di violazione del diritto di difesa. Anche l’Associazione nazionale magistrati, oltre ai gruppi progressisti di Area e Md, ha stigmatizzato l’emendamento come «mortificante» per la funzione dell’avvocatura, che è «presidio dello Stato di diritto» e non «facilitatrice delle politiche governative», ha scritto Area.

Sottotraccia – e preghiera di anonimato – però qualche toga ricorda un fatto: le associazioni forensi che oggi gridano correttamente all’attentato delle prerogative di chi indossa la toga erano le stesse che, non più tardi di un mese fa, sostenevano con decisione la riforma costituzionale che avrebbe cambiato i connotati della magistratura e che aveva l’obiettivo, secondo i magistrati, appunto di facilitare le politiche governative (come ora si vorrebbe dagli avvocati) e mortificare la funzione della magistratura.

«É la legge del contrappasso», sintetizza una toga. E il riflusso di questo ragionamento è ben visibile sui social, soprattutto sulla pagina dell’Unione camere penali italiane: sotto i rispettivi post di critica all’emendamento, in molti hanno rimarcato la posizione favorevole alla riforma Nordio.

Ad oggi, tutte le rappresentanze dell’avvocatura, Cnf in testa, si sono dette all’oscuro della norma e ne hanno chiesto il ritiro. Tuttavia, fonti parlamentari evidenziano come l’avvocatura debba muoversi con cautela: in parlamento, infatti, c’è la riforma della sua legge professionale, che dovrebbe essere approvata a maggio alla Camera.

Intanto, però, l’Ocf ha deliberato lo stato di agitazione e «tra le prerogative c’è anche quella di proclamare l’astensione dalle udienze», spiega il coordinatore Fedele Moretti, che verrà valutato se utilizzare con l’evolversi della situazione.

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