Il successo del Pnrr in materia di giustizia sul piano dei numeri è evidente, ora l’obiettivo è non disperdere il patrimonio di risultati. Da questo parte il report dal titolo Le leve per la crescita, curato per il Mulino da Roberto Garofoli, magistrato ed ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Tutti i target sono stati raggiunti e in alcuni casi anche superati (ll Pnrr chiedeva di ridurre del 40 per cento la durata dei procedimenti civili in tutti i gradi di giudizio rispetto al 2019 e di abbattere del 90 per cento l'arretrato più datato). Tuttavia – nota il report – «le medie nazionali nascondono però divari persistenti».

Prendendo in considerazione la durata media dei processi civili nel 2025, infatti, nei tribunali del Centro-Nord era inferiore del 17,1 per cento rispetto a quella del Mezzogiorno, nelle Corti d'appello del 18,6 per cento.

Proprio questo ha un impatto decisivo anche sul piano economico: «Secondo le stime richiamate nel Rapporto, se i tribunali del Mezzogiorno si allineassero ai tempi del Centro-Nord, il Pil nazionale crescerebbe di circa 0,4 punti percentuali».

Ecco perché è così importante lavorare sulla giustizia civile, «infrastruttura della crescita», perché dove i tempi di risposta sono rapidi e prevedibili «aumentano la fiducia nelle relazioni economiche e l'attrattività dei territori».

Le proposte

L’obiettivo, allora, è quello di impedire che i risultati raggiunti spariscano quando vengono meno le risorse economiche che li hanno innescati, avviando «interventi strutturali di lungo periodo, capaci di spostare capacità dove e quando serve, senza che picchi di domanda, scoperture o dimensione degli uffici ricreino nuovi divari territoriali».

Le proposte del piano di Garofoli prevedono innanzitutto di continuare sulla strada del «metodo per obiettivi» sperimentato con il Pnrr, con «obiettivi misurabili e rendicontabili, con un dialogo costante fra Ministero della giustizia e Csm». Inoltre, è necessaria «la valutazione d'impatto delle riforme processuali, politiche fondate su evidenze empiriche e una maggiore capacità tecnica del Ministero, sostenute dall'uso sistematico di dati, cruscotti e benchmarking tra uffici».

Il report sottolinea l’importanza nel raggiungimento dei risultati avuto dall’Ufficio per il processo, che andrebbe «consolidato ridefinendone in modo più omogeneo i compiti, oggi affidati alla forte discrezionalità dei responsabili dei singoli uffici, e innalzando la cultura organizzativa di magistrati e dirigenti amministrativi» infine servirebbe «distribuire il personale UPP secondo i flussi in entrata e i bisogni strutturali di ciascun ufficio»

C’è spazio anche per una riflessione sull’intelligenza artificiale – argomento spinoso se applicato alla giustizia – che andrebbe «valorizzata nell'organizzazione del lavoro».

Altro punto controverso è quello della geografia giudiziaria. Secondo la valutazione, «gli uffici piccoli non consentono un'adeguata specializzazione» dunque non bisognerebbe permettere arretramenti «come la riapertura di tribunali soppressi» che invece è allo studio del Governo, e valutare invece «ulteriori interventi di completamento, tutelando l'accesso alla giustizia con sportelli di prossimità, udienze da remoto e trattazione scritta».

Da ultimo, il rapporto evidenza come proprio l’informatica dovrebbe venire in aiuto del sistema giustizia, attraverso strumenti «meno dipendenti dalla mobilità fisica del personale e più efficaci delle attuali piante organiche flessibili di magistrati o delle applicazioni su base volontaria». L’ipotesi è quella di valorizzare il processo civile telematico e alla trattazione a distanza, in modo da «assicurare rapidamente supporto agli uffici colpiti da picchi di domanda o da improvvise e consistenti scoperture di organico».

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