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In vista della prossima consiliatura del Consiglio Superiore della Magistratura, che inizierà dopo il fondamentale risultato della consultazione referendaria, assistiamo a una sovrapposizione tra le aspettative che le cittadine e i cittadini hanno mostrato di riporre, ancora, nell’autonomia della magistratura, nonostante le deprecabili prove fornite negli anni scorsi, e le aspettative delle magistrate e dei magistrati in un sistema di autogoverno che si ponga in reale discontinuità con il passato, non solo con riguardo al modo in cui la giurisdizione viene percepita dall’opinione pubblica, ma anche rispetto all’assetto organizzativo e relazionale del proprio lavoro ed alla conseguente incidenza sul loro vissuto quotidiano.
Al presidio dell’autonomia e dell’indipendenza, di cui credo che qualsiasi candidata o candidato a queste elezioni si farà giustamente portavoce, deve allora affiancarsi, da parte di chi intenda rappresentare la magistratura e, in particolare, quella progressista, che si estende oltre le iscritte e gli iscritti ad Area Democratica per la Giustizia, l’esito di una riflessione su ciò che ha minato l’autorevolezza della magistratura, sia presso la cittadinanza a cui noi rendiamo un servizio, sia presso le stesse magistrate e gli stessi magistrati che la compongono, specialmente le e i più giovani (spesso la questione viene sottovalutata). Questi punti di vista non sono così distanti.
Gli antidoti alle degenerazioni
La magistratura si colloca nell’ambito delle “forme e limiti” previsti dalla Costituzione all’esercizio della sovranità popolare, perché è chiamata a rendere effettivo il principio di legalità, che è il miglior argine che il potere è stato capace di applicare a sé stesso.
Sia all’esterno, sia all’interno della magistratura, dunque, risulta inaccettabile che l’ordine che deve farsi interprete del principio di legalità non permei il suo sistema di autogoverno di tutti gli antidoti possibili alle degenerazioni dell’esercizio del potere (il potere dirigenziale, e, ancor prima, il potere che attribuisce il potere dirigenziale), che hanno restituito le impietose evidenze storiche su cui qui non mi soffermo.
Non potendosi ovviamente sostenere che la magistratura non sia esposta a sollecitazioni carrieristiche e di potere, non resta che contrastare questa pericolosa deriva anzitutto attraverso la normativa secondaria di competenza del Consiglio e una sua applicazione caratterizzata dall’ampliamento delle fonti di conoscenza e dall’ascolto delle magistrate e dei magistrati dell’Ufficio. Occorre, infatti, che gli incarichi dirigenziali siano assegnati, e confermati, alle persone che mostrino le migliori capacità e attitudini, oltre che poca inclinazione al protagonismo e al carrierismo, del tutto indipendentemente dall’appartenenza a una certa corrente o a nessuna corrente.
La riforma cosiddetta Cartabia ha mantenuto un rilievo per gli incarichi fuori ruolo. Tuttavia, il criterio fondamentale per valutare la capacità di organizzazione di un ufficio giudiziario non può che essere proprio il pregresso esercizio della funzione giudiziaria.
Inoltre, nell’ottica di considerare i ruoli semidirettivi e direttivi in termini di servizio a favore della magistratura e, di riflesso, della collettività, e non come innesco di una “carriera parallela” rispetto a quella di tutti gli altri magistrati, diventa necessario che sia assicurata un’effettiva temporaneità dell’incarico.
Sono stati sperimentati metodi di trasparenza sulla gestione delle pratiche del Consiglio, che hanno riscosso il giusto apprezzamento.
Questa preziosa acquisizione diventa però voyeurismo se all’osservazione sulle dinamiche attraverso cui si estrinseca il potere non si accompagna l’ampliamento della possibilità, per le stesse persone che osservano, di farsi prima ascoltare, segnalando le questioni che si pongono nei singoli Uffici, affinché le decisioni consiliari siano non solo rispettose delle regole poste, ma soprattutto capaci di evitare risultati irragionevoli, sia pure formalmente corretti.
Attraverso la dirigenza individuata dal Consiglio transitano gli standard qualitativi e quantitativi richiesti (cd. carichi esigibili) alle singole magistrate e ai singoli magistrati nell’esercizio delle loro funzioni. Gli esiti del lavoro svolto, vagliati prima dalla dirigenza, ritornano poi al Consiglio per le valutazioni di professionalità.
E i cittadini?
In questo processo circolare, si pone la domanda centrale: cosa si aspetta la cittadinanza dal servizio reso dalla magistratura?
A questa domanda se ne affianca un’altra: cosa si aspettano le magistrate italiane e i magistrati italiani per percepire che sia loro richiesto un servizio non meramente burocratico e all’altezza di queste aspettative?
Al di là delle contingenze, che possono richiedere, come hanno richiesto negli anni appena trascorsi per il raggiungimento degli obiettivi del PNRR, sforzi quantitativi ben al di sopra dei carichi esigibili, il rigoroso (e doveroso) perseguimento dell’efficienza non può appiattirsi in un inesorabile traguardo statistico.
La varietà delle funzioni esercitate, la delicatezza degli affari trattati, la doverosa attenzione alla tutela dei diritti, l’obiettiva diversità delle condizioni e dei carichi di lavoro nelle varie realtà territoriali, l’accuratezza delle decisioni prese, la disponibilità a utilizzare le risorse informatiche, sono fattori che concorrono, unitamente al dato quantitativo, al riconoscimento del valore di una professionalità, che è la precondizione per poter svolgere un lavoro e, di conseguenza, un servizio “di qualità”.
*Antonella Rimondini è giudice civile del Tribunale di Bologna e candidata alle Elezioni del Consiglio Superiore della Magistratura nel Collegio giudicante 3 (Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Molise, Campania e Sardegna) con Area Democratica per la Giustizia.
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