Con tredici minuti di video, Giorgia Meloni è scesa in campo per il referendum della giustizia. La premier ha spiegato i contenuti della riforma e concluso dicendo che «il governo non si dimetterà se al referendum vincerà il No», «abbiamo scritto nel programma con il quale ci siamo presentati alle elezioni che avremmo fatto una serie di riforme, compresa quella della giustizia, abbiamo come sempre rispettato l'impegno preso con gli elettori, ora aspetta gli italiani confermare o meno la riforma. Per quello che ci riguarda, noi vogliamo arrivare alla fine della legislatura e farci giudicare alle elezioni politiche su tutto il lavoro che abbiamo fatto».

E ancora, ha detto che quello dei magistrati «è un potere enorme, ma è anche l'unico caso in cui a questo potere quasi mai corrisponde un'adeguata responsabilità, perché se un magistrato sbaglia, se è negligente, se ad esempio, come purtroppo è accaduto, si dimentica in carcere un imputato per quasi un anno oltre la scadenza del termine, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla. Quel magistrato fa carriera e chi subisce questa sventura può essere qualsiasi cittadino onesto» e «sono storture che in 80 anni di storia repubblicana non siamo mai riusciti a correggere».

La sua sintesi è che la riforma «ha come obiettivo rendere la giustizia più moderna, più meritocratica, più autonoma, più responsabile e soprattutto libera dai condizionamenti della politica. A differenza di quello che si dice, non è una riforma contro i magistrati, è una riforma contro le degenerazioni di un sistema bloccato che non è mai stato adeguato a un mondo che intorno cambiava. È una riforma che serve a far recuperare alla magistratura un prestigio compromesso e quindi ad aumentare la fiducia dei cittadini verso la giustizia».

Le parole di Meloni sono prodromiche al suo intervento di persona, il 12 marzo, al teatro Parenti di Milano. In quella sede, a un evento di FdI, la premier parlerà, mettendo il suo imprimatur sulla riforma. La scelta politica, che fino ad ora era stata evitata, sarebbe dovuta – secondo fonti di maggioranza – al fatto che i sondaggi diano un esito sempre più incerto della vittoria del Sì.

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