Scampato il pericolo del referendum della giustizia, ora la sfida della magistratura associata è quella di interpretare il proprio ruolo in modo nuovo. In particolare, in direzione della campagna elettorale per eleggere il nuovo Csm. Simone Silvestri, segretario di Magistratura democratica, spiega in che direzione sta andando la corrente progressista delle toghe.

Segretario, cosa è rimasto di questa campagna referendaria?

Il referendum ci ha insegnato che nella magistratura c’è ancora voglia di partecipazione, che forse credevamo scemata in seguito alle note vicende dell’hotel Champagne. Invece, soprattutto tra i giovani c’è stato forte slancio per difendere la nostra indipendenza, intesa non come privilegio corporativo ma come strumento dato dalla Costituzione per poter interpretare la legge senza condizionamenti o timori, interni ed esterni. Proprio questi sono i temi che Magistratura democratica poterà nella campagna elettorale per il Csm.

Lo farete ancora in modo autonomo, dopo la divisione da Area del 2021.

Sì, Md ha riacquisito una propria identità dentro l’Anm e il Csm e questo ci ha permesso di recuperare una maggior capacità critica, anche radicale, sui temi della giustizia.

Ogni gruppo si è dato delle regole, voi come sceglierete i vostri candidati?

Anche per cogliere lo spirito della campagna referendaria, ci muoviamo su due binari. Il nostro gruppo, con il consiglio nazionale del 5 luglio, formalizzerà le sue candidature che nascono internamente a Md, a cui si aggiungerà anche l’apparentamento e dunque l’appoggio a candidature che emergano da raccolte di firme sui territori e dunque volute da quella base di magistrati che magari si sente meno rappresentata dalla dimensione della corrente, ma con cui condividiamo valori e orientamenti.

C’è già qualche nome?

Tra in ostri candidati ci saranno certamente Glauco Zaccardi, Monica Amirante e Daniele Cappuccio per i collegi di merito. Altre candidature arriveranno e a queste, appunto, si sommeranno nomi indipendenti, cui associare la nostra campagna. Il percorso è già stato sperimentato nello scorso Csm, con la candidatura di Roberto Fontana, ma anche a livello locale per l’Anm e i consigli giudiziari.

Dopo il referendum, com’è il rapporto tra toghe ed esecutivo? I suoi colleghi più moderati parlano di una ripresa del dialogo e di disponibilità da parte del ministero della Giustizia. Quale è la sua percezione?

In questa fase il ministero è sostanzialmente fermo, probabilmente proprio in attesa della fine della legislatura. Basti notare che tutti gli impegni presi sono oggi oggetto di rinvio e anche le riforme proposte – giuste o sbagliate che fossero – sono rimaste inattuate. Quel che è grave, però, è che questo immobilismo nuoce a due emergenze: quella della digitalizzazione e quella legata alle carceri.

Partiamo dalla digitalizzazione. Continuano i disservizi?

La digitalizzazione del processo penale è ancora insufficiente e soprattutto inefficiente: sta creando ritardi, complicando il lavoro corrente non solo delle procure ma anche degli altri uffici. Io mi trovo all’ufficio gip e il processo penale telematico rallenta molte delle operazioni, che pure hanno scadenze obbligatorie.

L’altro aspetto drammatico è quello del carcere.

L’emergenza carceraria è stata oggetto di annunci ripetuti ma senza alcuna soluzione, mentre persistono situazioni nettamente al di sotto del rispetto della dignità umana. È notizia di oggi l’ottenimento del sequestro di alcune sezioni del carcere di Sollicciano e questo intervento della magistratura va salutato con grande favore, perché accende un faro sulle condizioni delle strutture. Noi da anni segnaliamo il problema, anche con visite negli istituti più difficili, ma sembra che questo vulnus non trovi mai la giusta attenzione.

Entrambi gli aspetti che lei cita erano compresi tra gli obiettivi del Pnrr. Ora che è in scadenza, che bilancio fa di come il ministero ha impiegato le risorse per la giustizia?

Gli obiettivi principali hanno riguardato la riduzione delle pendenze e dei tempi delle decisioni. Saranno centrati, non però grazie a una riorganizzazione del lavoro in modo strutturale tale da poter modernizzare il lavoro dei magistrati, ma con misure temporanee. Penso agli ausiliari dell’Ufficio del processo, che saranno sì assunti in modo stabile, ma la loro funzione sarà riassorbita in quella del personale amministrativo. Il ministero lo nega, ma è stata inserita una clausola sulla possibilità di assegnarli a nuove funzioni in caso di necessità, che si verificano in quasi tutti gli uffici. Insomma, gli obiettivi si sono raggiunti grazie a soluzioni tampone, senza le quali si tornerà presto al punto di partenza.

Altro tema caldo riguarda la comunicazione dei magistrati, anche alla luce delle nuove linee guida del Csm. Lei cosa ne pensa?

Casi come quello di Garlasco hanno evidenziato la necessità di equilibrare diritto di informazione con il principio di presunzione di innocenza e di tutela della reputazione. Per questo credo che l’intervento informativo del tribunale o della procura possano facilitare la comprensione pubblica di ciò che accade nella fase delle indagini preliminare, anche nell’ottica di evitare speculazioni. In questo, senso aggiungere l’obbligo di rettifica e di aggiornamento va nella direzione di fornire una miglior informazione rispetto alle scelte processuali che sono state assunte.

Questo per quanto riguarda la stampa. I rapporti con la politica, invece, come sono oggi?

Il referendum ha prodotto uno scontro acceso ed era probabilmente inevitabile. Ad oggi, io penso che i rapporti tra magistratura e politica debbano tornare ad essere quelli di un confronto sui temi giuridici e sulle riforme. Le toghe hanno diritto ad esercitare il loro contropotere, che la riforma costituzionale voleva elidere, ma il dovere di farlo nel rispetto del loro ruolo e delle norme che lo disciplinano.

A proposito di questo, Forza Italia è tornata a chiedere la responsabilità civile delle toghe.

Non ne capisco la necessità. Già oggi la responsabilità civile è disciplinata, ma per casi tipizzati e con l’iterposizione dello Stato, così da permettere al magistrato di svolgere la sua funzione senza il timore di una conseguenza negativa diretta rispetto alle scelte che assume. Il fatto di non rispondere in prima persona risponde al principio che quella del magistrato è una funzione pubblica, non una prestazione professionale.

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