La strategia su cui la premier aveva impostato tutta la sua politica internazionale – accreditarsi come ponte fra gli Usa di Trump e l’Unione europea – è ormai andata in frantumi. In nome di questa strategia, però, ha minato la compattezza della Ue su tutti i principali dossier. Rafforzando un atteggiamento accondiscendente verso le richieste di Trump che è il modo peggiore per trattare con il tycoon, e oggi se ne vedono le conseguenze
Diciamolo, la premier ha un’idea fallimentare dell’interesse nazionale. E ambigua. Al cuore la nutre l’illusione che un paese come l’Italia possa fare da solo, forte magari dell’orgoglio nazionale. Va bene quindi instaurare una relazione speciale con gli Usa di Trump, finché dura o si può; sennò pazienza. E l’Europa non è il nostro orizzonte da costruire e rinsaldare, ma solo un’opzione, o al più un terreno di confronto in una logica nazional-muscolare come quella che (con ben altri mezzi) Trump impone.
Questa visione genera comportamenti opportunistici, spesso contraddittori. Ben lontani da quella impostazione coerente e lungimirante di cui invece abbiamo bisogno, specie in un mondo in subbuglio. Ma soprattutto, genera risultati fallimentari. La strategia su cui Meloni aveva impostato tutta la sua politica estera – accreditarsi come ponte fra gli Usa di Trump e l’Unione europea – è ormai andata in frantumi. In nome di questa strategia, però, Meloni aveva minato la compattezza della Ue su tutti i principali dossier economici. Rafforzando quindi un atteggiamento accondiscendente verso le richieste di Trump che è il modo peggiore per trattare con il tycoon. E alimentando in questo modo le divisioni dell’Europa.
Di fronte alla richiesta di aumentare le spese militari, acquistando peraltro armamenti dagli Usa, bisognava rispondere non con affermativa sollecitudine e con la speranza di qualche sotterfugio contabile, come è stato fatto, ma spingendo con forza sulla difesa europea (che peraltro ci farebbe risparmiare parecchio) e sull’autonomia strategica dell’Unione, l’unica vera garanzia per la nostra sicurezza. Di più. Di fronte alla richiesta di aumentare gli acquisti di gas dagli Stati Uniti, per supplire alle drammatiche incertezze dello scenario globale (peraltro in parte causate da Trump), bisognava rispondere non certo cannoneggiando il green deal e ostacolando le rinnovabili, come Meloni continua a fare in Europa e in Italia (in affinità ideologia con Trump), ma chiedendo all’Europa tutta di invertire sulle rinnovabili e sbloccando, a livello nazionale, le autorizzazioni per i nuovi impianti. Peraltro, gli Usa di Trump almeno i combustibili fossili li hanno in casa, come hanno anche il nucleare. Noi non abbiamo né gli uni né l’altro (e per arrivare al secondo ci vorranno lustri o decenni); mentre possediamo un vantaggio strategico nell’energia rinnovabile, il solare soprattutto, che è sempre più conveniente. Il nazionalismo ideologico di Meloni, in questi anni, è stato quanto di più nocivo potesse esserci per l’interesse nazionale.
Le conseguenze le viviamo ogni giorno. Contrariamente a quel che la propaganda vuol far credere, durante il governo Meloni l’economia italiana è tornata a essere il grande malato d’Europa: con una crescita anemica del Pil, tenuta su un po’ solo dal Pnrr (peraltro usato male), e la crisi conclamata dell’industria; con l’inflazione che mangia i salari e accentua le disuguaglianze; con un prezzo dell’energia più alto di quello di tutti gli altri grandi paesi europei. La crisi provocata dalla guerra all’Iran ha messo in discussione anche l’agognato equilibrio di bilancio, mentre, come conseguenza del fallimento della politica internazionale di Meloni, l’immagine e l’autorevolezza dell’Italia nel mondo sono oggi indebolite, non certo rafforzate. Ciò detto, una cosa c’era che finora era andata relativamente bene: l’export, guidato dai successi del made in Italy verso gli Stati Uniti e il Medio Oriente. La crisi con gli Stai Uniti peggiorerà verosimilmente anche questo dato, precipitando le difficoltà dell’economia italiana, in un contesto geo-politico sempre più incerto come quello in cui siamo finiti per colpa dei sovranisti.
L’interesse nazionale dell’Italia è nel rafforzamento della Ue, fino all’Europa federale cui il nostro paese deve partecipare da protagonista, spingendo per una maggiore integrazione, anziché frenare, e per cambiare le attuali politiche economiche conservatrici. Ed è nell’investimento strategico a favore delle energie rinnovabili, per uscire dalla stagnazione fossile cui questa destra vorrebbe irresponsabilmente condannarci. E in una politica industriale efficace, e ambiziosa, che promuova la ricerca, l’innovazione e la crescita delle imprese, come unica stabile garanzia di eccellenza e qualità, e di successo economico, a prescindere dalla volatilità degli umori di Trump. Tutto quello che Meloni non ha saputo né voluto costruire in questi anni.
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