Biagio de Giovanni è stato una delle figure più straordinarie del panorama filosofico italiano del secondo Dopoguerra. Allievo di Cammarata e Auricchio, de Giovanni esordisce come giurista e segnatamente come filosofo del diritto. Agli studi di teoria generale del diritto affianca da subito quelli di storia delle idee. Comincia con Francesco d'Andrea e con il pensiero napoletano pre-vichiano, tra Sei e Settecento.

Ma è con Vico che de Giovanni intraprende un confronto mai interrotto. Vico viene restituito alla sua dimensione di filosofo europeo e letto in polarità con Descartes e Spinoza. Parallelamente, de Giovanni dà interpretazioni originali sia di Hegel sia di Marx. Più recente il suo confronto con Emanuele Severino.

Un grande europeista

Fondamentali gli studi sull'Europa, su un'Europa che coincide con la sua filosofia, come ha rimarcato Aldo Schiavone, e quelli sulla democrazia di massa come incubazione dei totalitarismi. E non si può non ricordare la sensibilità di de Giovanni nei confronti della storia dell’arte.

Anche in quest’ambito i suoi contributi sono di primaria importanza: basti pensare a uno dei suoi ultimi studi, Dipingere la vita, nel quale avanza l’ipotesi che una tela anonima vada attribuita a Géricault.

Impressionanti la freschezza e la produttività di de Giovanni negli ultimi anni della sua vita. Un tratto umano, il suo, che univa eleganza e generosità. Una generosità anche filosofica: ascoltare de Giovanni significava accedere a una macchina di pensiero all’opera. Biagio aveva la capacità rarissima di mostrarti la filosofia nel momento stesso del suo divenire, del suo farsi.

Molto provato ma sempre lucidissimo, de Giovanni ci ha salutato con quello che per un filosofo resta il miglior canto del cigno: un libro, La filosofia e i totalitarismi tra XIX e XX secolo (Editoriale Scientifica), uscito pochi giorni prima della morte.

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