Il pensiero del filosofo tedesco si è venuto a identificare, in Italia, con il progetto liberal-socialista della sinistra intellettuale. Oggi nel ricordarlo si celebra la figura di un intellettuale che ha saldato la profondità della teoria alla responsabilità della prassi
Con la morte di Jürgen Habermas, l’Europa perde non solo il suo filosofo e sociologo più autorevole, ma un intellettuale che ha dedicato l’esistenza a studiare e favorire le condizioni per la realizzazione di una democrazia compiuta. Nato il 18 giugno 1929, a Düsseldorf, Habermas ha vissuto la grande storia: dalla caduta della Repubblica di Weimar, attraverso l’abisso del nazismo, la devastazione della Seconda guerra mondiale, la ricostruzione postbellica, sino ai trent’anni gloriosi, con la fragile affermazione dei diritti civili, politici e sociali, e poi ancora il progetto dell’integrazione europea e di un ordine giuridico mondiale.
A questo spaccato storico della civiltà europea e occidentale sono intrecciati a doppio filo, in forma riflessiva, la formazione del carattere e lo sviluppo del pensiero. E l’elaborazione scientifica e le motivazioni personali sono altrettanto indissolubili.
La formazione e la teoria
Formatosi nell’alveo del marxismo occidentale con declinazione francofortese, Habermas era ben consapevole del rapporto duplice tra la teoria e la prassi per cui ogni pensiero deve render conto sia del contesto di origine sia del contesto d’uso. Nei suoi studi ha gettato le fondamenta di un programma di ricerca ancora incompiuto che tiene insieme la teoria della conoscenza e la teoria generale della società.
Nell’una e nell’altra, organicamente, agisce la forza emancipatrice della parola. Il nucleo teorico dell’opera è l’analisi ricostruttiva dei processi cognitivi, morali, espressivi di apprendimento del genere umano, dai primordi della filogenesi attraverso lo sviluppo delle formazioni storiche arcaiche, tradizionali e moderne, con i loro nuovi principi di organizzazione dei sistemi sociali e del mondo della vita. Un processo evolutivo di razionalizzazione senza telos e sempre esposto a regressioni.
Nessuno sviluppo storico è lineare, necessario o irreversibile, ma sempre condizionato da apprendimenti situati e contingenze che implicano l’impegno umano. Per lo studioso tedesco, i compiti della filosofia sociale si definiscono nel processo e si alimentano di motivazioni radicali a preservare l’uso pubblico della ragione.
Attraverso la ricostruzione degli “ordini normativi” del moderno si precisano tali compiti: la diagnosi sulle patologie del mondo della vita; gli effetti della “colonizzazione” da parte degli apparati amministrativi e dell’economia capitalistica; il mantenimento del valore umanista della ragione come comprensione di sé e del mondo, contrastata da una concezione riduzionista del sapere tecnico-scientifico; la critica dell’ideologia, come smascheramento delle distorsioni comunicative; e, infine, la capacità di immaginare alternative all’esistente, ampliare gli orizzonti del possibile e preservare una razionalità capace di trascendenza “dall’interno”.
In tal senso, va interpretato il dialogo tra la filosofia e le grandi religioni universali, sul terreno della traduzione secolare degli impulsi utopici dell’extra-quotidiano. La filosofia sociale di Habermas è una genealogia della ragione che prende forma nella storia e contro le sue crisi, mantenendo una fiducia normativa nella capacità emancipativa del discorso e nella possibilità oggettiva di una utopia democratica.
L’attenzione italiana
Questo imponente tentativo di riattualizzare la critica illuminista del moderno, le complesse analisi sulle trasformazioni dei sistemi sociali contemporanei e le radicali prese di posizione sullo spirito dei tempi hanno avuto una vasta risonanza. Persino in Italia, la cui cultura è affetta dai germi di un radicato provincialismo, Habermas è stato un punto di riferimento costante e rilevante nel dibattito pubblico.
Il suo astro sorge come teorico critico nella metà degli anni Sessanta, quando giovani marxisti della “nuova sinistra” decidono di rivolgersi alle università tedesche per approfondire lo studio della filosofia e della sociologia, oltre che misurarsi con la politica della contestazione. Le analisi sulla Storia e critica dell’opinione pubblica e le prese di posizione nelle fila della Sozialistischer deutscher Studentenbund suscitano interesse nelle riviste e nelle collane di punta del movimento.
Fu persino menzionato nella seduta del 3 luglio 1970 alla Camera dei deputati dal ministro dell’Interno, il prof. Franco Restivo, come «la salutare “scoperta” delle più giovani generazioni», a favore della democrazia italiana, rispetto ai maestri della prima Scuola di Francoforte: Adorno, Horkheimer e Marcuse.
Negli anni Settanta, la notorietà di Habermas aumentò con gli studi su La crisi di razionalità nel capitalismo maturo e il programma Per la ricostruzione del materialismo storico. La ricezione pubblica entrò nei circoli culturali della sinistra, con i commenti su Rinascita e l’Unità, alle prese con la riforma di un impianto marxista ormai in crisi.
L’interesse culminò nell’invito da parte di Enrico Berlinguer a sedere sul palco di onore del XVI Congresso del Partito Comunista, nel 1983 – declinato con garbo da Habermas.
Il pensiero di Habermas si è venuto così a identificare, in Italia, con il progetto liberal-socialista della sinistra intellettuale, soprattutto per l’azione svolta da Giancarlo Bosetti, fondatore, nel 1993, della rivista di cultura politica “Reset”.
E nella nostra politica strumentalmente polarizzata, non sono mancate le polemiche sui suoi interventi sul futuro della natura umana, il ruolo pubblico della religione, la globalizzazione, la “politica interna mondiale”, le “guerre umanitarie”, il terrorismo, l’integrazione europea e il diritto internazionale, e da ultimo il problema ineludibile della frattura tra Stati Uniti, “vecchia Europa” e regimi asiatici.
Oggi, nel ricordarlo, si celebra la figura di un intellettuale che ha saldato la profondità della teoria alla responsabilità della prassi. Habermas lascia in eredità la forza dell’esempio: l’impegno verso una ragione comunicativa a cui dobbiamo la libertà di pensare che il futuro debba essere migliore – un’eredità dal peso inestimabile in un’epoca in cui la nostra Europa è sotto attacco.
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