Se n’è andato a 95 anni, dopo una vita lunga di impegno culturale e politico a cui non aveva mai abdicato. Biagio de Giovanni è stato un filosofo, un meridionalista e un europeista fino all’ultimo. Erano le sue passioni, insieme alla sua città, Napoli, città che non ha mai smesso di pensare e ripensare. Le sue erano passioni che si intrecciavano: La filosofia e l’Europa moderna, del 2004, è uno dei suoi libri più poderosi, ed è dedicato all’amico Gerardo Marotta, presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici di Napoli.

Il meridionalismo sparito 

Monarchico da giovanissimo, poi, raccontò, «lessi Labriola, Antonio naturalmente, la sua concezione naturalistica della storia, e passai armi e bagagli a sinistra. Nel '48 feci la campagna elettorale per il Fronte popolare». Nella sinistra partenopea di Giorgio Napolitano, naturalmente suo grande amico. Divenne studioso di Marx. Per il Pci e per il Pds accettò di correre da europarlamentare, con successo. Restò in famiglia anche nel passaggio ai Ds.

In cattedra da appena trentenne, è stato rettore dell’Università Orientale, dove insegnava Dottrine politiche e filosofia politica; de Giovanni è stato anche un protagonista del pensiero meridionalista. Un pensiero coltivato fino alla fine: «Prima esisteva un pensiero del e sul Meridione, il pensiero del dualismo italiano, ma se la Lombardia guarda alla Baviera, tutto svanisce», diceva in un’intervista solo cinque anni fa.

Napoli è sola, il suo grido dall’arme: «Perché è storicamente finita la cultura della questione meridionale», «Si sono incrinati i confini degli Stati, ed è anche un bene, ma quel dualismo permetteva a Napoli e al Sud di essere soggetti. Sembra tutto sparito dalla scena, come i grandi dirigenti politici nazionali che hanno rappresentato, nel bene e nel male, la coscienza di un’unità d’Italia duale. Ricomincerei a parlare di Napoli come parte fondamentale della civiltà del mondo, valorizzando la cultura, ma non a chiacchiere. Chi ha la responsabilità della città deve contribuire a formare una classe dirigente in grado di tenere insieme i singoli problemi».

La fine delle democrazie liberali

Il suo ultimo saggio, La filosofia e i totalitarismi tra XIX e XX secolo, è uscito pochi giorni prima della sua morte. Ma è stato oggetto di una vita di studi e riflessioni, insieme alle origini dei populismi. E alla fine delle classi dirigenti, spiegava nella stessa intervista, che non nascono «sotto il cavolo dell’antipolitica», né «sbraitando a destra e a sinistra che i politici sono tutti ladri», «Le classi dirigenti possono venir fuori e affermarsi nella lotta sociale ed economica, soprattutto nei momenti di crisi».

Eppure sentiva che oggi «la grande assente è la politica, la professione del politico», «la professione più nobile. La politica ha nelle sue mani il destino di una città, di un paese, del mondo. Abbiamo assistito al degrado della dimensione partitica, che ha generato i mostri della ragione». E giù elencando i “governatori” dell’antipolitica, quelli della sua parte.

Il suo ultimo impegno politico è stato nella Rosa nel Pugno, insieme ad altri ex comunisti o, meglio, ormai ex socialdemocratici. Non andò bene, «si presentò come un’invenzione di una “cosa” nuova nel panorama politico italiano», scrisse poi, «Ma mettere insieme i resi della dirigenza socialdemocratica e Pannella fu un compito superiore alle forze che ci provarono».

Pochi mesi fa, forse in uno dei suoi ultimi interventi pubblici, proprio alla Radio Radicale consegnava le sue amare analisi finali sulla democrazia liberale: «Il mondo che abbiamo conosciuto noi delle vecchie generazioni è finito, in tutto il mondo occidentale attraversa la crisi del rapporto fra democrazia e liberalismo, perché si è rotto il rapporto fra rappresentanza politica e rappresentazione della società».

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