Ci sono notizie davanti alle quali si resta semplicemente attoniti, tragedie così enormi da togliere il fiato, lasciandoci un senso di sgomento e impotenza. La vicenda di Pietralata, a Roma, dove Luca, Valentina e la loro piccola Bianca, di soli cinque anni, hanno perso la vita in un drammatico omicidio-suicidio, è una notizia di questo tipo.

«Non siamo supereroi», hanno scritto in un passaggio di una delle lettere che hanno lasciato per spiegare la loro decisione e il loro gesto. E il termine «supereroi» resta inciso lì, con una forza dirompente, proprio perché scagliato in questo tempo contemporaneo, in un contesto e in una società che spesso ci vorrebbero supereroi nell’affrontare la quotidianità e la vita e che, attraverso i media, rilanciano sempre proprio quella figura, il supereroe, solitario, invincibile, ma capace di risolvere ogni situazione.

Qualche anno fa, Mr. Rain presentò a Sanremo un pezzo che si intitolava proprio così, «Supereroi», dove si diceva che «non puoi combattere una guerra da solo, il cuore è un’armatura, ci salva ma si consuma. A volte chiedere aiuto ci fa paura, ma basta un solo passo come il primo uomo sulla luna, perché da fuori non si vede quante volte hai pianto».

Ho ripensato a quella canzone nella cronaca di questi giorni, nello scorrere i racconti di due genitori disposti ad arrivare dall’altra parte del mondo alla ricerca disperata di una cura per la grave disabilità della figlia, e soprattutto nel leggere le parole affidate ai loro ultimi biglietti: «Da soli non ce la facciamo», hanno scritto. Cinque parole che pesano come macigni, che sono un grido di dolore silenzioso, ma anche un atto d’accusa nei confronti di un sistema che, troppo spesso, lascia le famiglie sprofondare nel buio della propria solitudine.

L’isolamento e la rete territoriale

Non si può incasellare questo dramma come un semplice e inspiegabile crollo improvviso, perché, da quanto emerge, al centro e all’origine di questa tragedia c’è una condizione che ha logorato lentamente l’anima: anche quando - come in questo caso - le istituzioni o i servizi sociali conoscono la situazione, il senso di isolamento che si vive giorno dopo giorno dentro le mura domestiche può diventare una prigione insostenibile, fatta di frustrazione, di pianti nascosti, di peso schiacciante per un’assistenza che non conosce sosta, senza il necessario e costante supporto psicologico. Sono tutte realtà che consumano fino a spezzare ogni filo di speranza.

In questi anni, ho potuto incontrare e ascoltare molte storie come queste, toccando con mano le enormi difficoltà quotidiane vissute da oltre sette milioni di caregiver nel nostro Paese. In maggioranza donne, ma anche uomini che, nel chiuso delle loro case, colmano in solitudine le voragini lasciate da un welfare pubblico assente o insufficiente: sacrificano il lavoro, il proprio tempo, la propria salute, vivendo sul filo di un equilibrio precario, senza sostegni o con minime indennità che vengono rapidamente prosciugate dai costi delle patologie dei propri cari e fondi che non riescono a coprire un bacino di bisogno così vasto.

La narrazione dei genitori o dei caregiver “eroi” deve essere respinta con forza. Definire queste madri e questi padri, tutte queste persone come «supereroi» è un alibi comodo per la società e per chi è chiamato a prendere decisioni. L’equazione è infatti spietata: se sono supereroi, allora possono sopportare tutto, persino l’abbandono. Ma la verità è che nessuno dispone di questi superpoteri: i caregiver sono in gran parte persone vulnerabili, stanche, che chiedono solo di non essere invisibili, perché non c’è solo il bisogno di una prestazione fine a sé stessa, ma la necessità di una rete territoriale che accompagni le difficoltà materiali e le solitudini psicologiche con risposte concrete e reali e servizi efficaci nell’attuazione piena di progetti di vita che non si riducano a una sterile burocrazia o a dichiarazioni di principio.

Garantire diritti veri

Questo significa riconoscere e tutelare i caregiver: garantire diritti veri, offrire un supporto economico strutturale e non mortificato da paletti rigidi, predisporre aiuti psicologici e tutele per chi dedica la propria vita all’assistenza, superando la retorica per offrire, finalmente, un sostegno tangibile, considerare aiuti, sgravi e sostegni per tutelare comunque i percorsi lavorativi o pensionistici.

Occorre mettere in campo risorse adeguate perché nessuno si senta abbandonato a se stesso. Il verso di quella canzone continuava così: «Si nasce soli e si muore nel cuore di qualcun altro, siamo angeli con un’ala soltanto e riusciremo a volare solo restando l’uno accanto all’altro». Restare accanto a queste persone e a queste famiglie è proprio un compito prioritario dello Stato. Possiamo farlo, lavorando insieme e abbandonando logiche identitarie e di parte. È la risposta che dobbiamo a Luca, a Valentina e, ancora di più, alla piccola Bianca.


*deputata Pd, capogruppo in commissione Affari sociali

© Riproduzione riservata