«Too big to fail», si diceva nel 2008 a proposito della crisi finanziaria statunitense. Troppi follower per fallire, si potrebbe invece dire di Chiara Ferragni, che dopo due anni e qualche tuta di cachemire grigio dopo, esce trionfante dalle aule del tribunale di Milano.

Sui dettagli tecnici della sentenza che riguarda la «business woman, influencer e celebrity», così si definisce lei stessa, non è il caso di impelagarsi. Meglio conservare le ultime briciole di energia da dedicare alla giurisprudenza per il referendum che ci aspetta a fine marzo. Il “Pandorogate”, evento ormai entrato nella storia di questi poco ruggenti (e molto resilienti) anni Venti, si conclude così, con un'ultima spolverata di zucchero a velo, nel dolce ricordo fotografico di Marina Di Guardo, madre delle sorelle Ferragni, che in lacrime abbraccia la figlia appena prosciolta. Tutto è bene quel che finisce bene, e dunque in un carosello su Instagram.

L’altro giudice

C’è però un altro tribunale che non si è ancora definitivamente pronunciato sull’imprenditrice digitale, quell’aula senza confini materiali se non l’algoritmo e con una giuria composta da nomignoli fantasiosi che si palesano spesso attraverso foto di animali domestici come immagini del profilo. Sono gli hater, i follower, sono io e sei tu, sono gli utenti di internet che per comodità concettuale abbiamo racchiuso in un unico grande insieme tutt’altro che omogeneo e coordinato.

Neanche Kafka nel pieno delle sue paranoie sarebbe stato in grado di immaginare un processo così scostante e mutevole come quello in cui viene coinvolto chi, come Chiara Ferragni, ha affidato interamente la sua reputazione – nonché il suo mestiere – all’imprevedibilità del gradimento di massa. Solo il futuro ci dirà se quella della rete è più una giustizia riparativa o punitiva.

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