Abbiamo proclamato, per molti e anche nobili motivi, la società senza dolore. Eppure la società senza dolore genera estremisti. Non è un problema solo della società laica: anche nella dinamica di fede la disperazione viene spesso rimossa in favore di una retorica sulla speranza a buon mercato. Se avessi potuto parlare ai genitori dei ragazzi di Crans-Montana, avrei voluto dire: Cristo piange con voi
Scoppia un incendio, e tu filmi l’accaduto. Abbiamo proclamato, per molti e anche nobili motivi, la società senza dolore. Cesare Pavese scriveva nel suo diario: «Ma la grande, tremenda verità è questa: soffrire non serve a niente». Abbiamo tolto frustrazioni, ostacoli, notti insonni. Abbiamo patologizzato la domanda di senso al suono dell’autoassolutorio «ma non ti ho mai fatto mancare nulla».
Eppure la società senza dolore genera estremisti, sottolinea nei suoi scritti il filosofo Byung Chul-Han. Comportamenti autolesivi, corse sfrenate, challenge estreme. Un sé fragile prova a trovare consistenza nella narrazione. Fame di vita. Si gioca alla morte per addomesticarla. Ci si testa per darsi la garanzia di farcela. La prova diventa il genitore che garantisce per te, come un fantasma che accarezzi, e diventa un antenato saggio. Per ogni dolore c’è un buon anestetico. Per ogni lutto una dose sufficiente di spettacolarizzazione, per tentare di attutirlo e immortalarlo.
La pervasività della tecnologia sembrava promettere di scalzare la ferocia della natura. Ma non si prosciuga il mare se un bambino vi affoga, né si riesce a spegnere un fuoco che combustiona adolescenti. E mentre il comfort inibisce la scoperta della profondità della nostra debolezza, l’ossessione mediatica ti sbatte in faccia senza chiedere il permesso il tentativo di un giovane di spegnersi la faccia nella neve.
Non è un problema solo della società laica: anche nella dinamica di fede la disperazione viene spesso rimossa in favore di una retorica sulla speranza a buon mercato e di sorrisi stolidi ottenuti con estorsioni evangeliche. Altre volte si canonizza il dolore come mezzo per conseguire la virtù o dono del divino. Rimanere con il grido «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» sembra così sconveniente, una mancanza di galateo. Eppure è l’ultima, neanche la penultima, parola di Cristo, nel vangelo di Marco (15, 34).
Giovani e adulti
Ma pietà: la responsabilità di questa incapacità di vivere il dolore non è una croce da buttare sulle spalle dei giovani. Noi adulti abbiamo tenuto chiuse le vie di fuga, abbiamo de facto reso impossibile l’espressione del dolore. Noi adulti, spettatori di olocausti di coscienze mediante il piacere, presi a fare sfoggio di gioventù, incapaci di dare regole autorevoli, delegando alla statistica algoritmica l’offerta d’identità, distratti circa la trasmissione del senso della vita (e della morte) da cuore a cuore, zavorrati dalla paura di essere inadeguati. I giovani ci chiedono: ma io chi sono? E noi gli rispondiamo: sii chi vuoi essere. Sembra libertà, viene meta-comunicato disinteresse, che viene introiettato disprezzo. Abbiamo cresciuto individui che si disprezzano e ritengono di non essere capaci di attraversare il dolore.
C’è però da chiedere pietà anche per noi adulti. Mandi tuo figlio a fare festa, l’hanno fatto tutti, e non torna a casa, e le sue spoglie sono cenere. E anche chi è non credente, probabilmente, si trova a chiedere al convitato di pietra di ogni tragedia umana: dove sei dunque?
Cristo piange con voi
Ne “La Notte”, Elie Wiesel assiste all’impiccagione di un bambino. Le guardie naziste obbligano i prigionieri ad assistere al suo dimenarsi tra i trefoli della corda. Un prigioniero grida: Dov’è Dio? Elie Wiesel sente una voce dire: «È in quel bambino». Nichilismo o cristologia? Egli è lì in mezzo, tra la domanda della peggior ragioneria teologica («chi ha peccato?» - Gv 9, 2) e la protesta analgesico-prometeica: «Scendi dalla croce» (Mt 27, 40). Egli è tra queste due domande. Senza alcuna risposta, senza algebre spirituali, con la sua sola presenza, mano nella valle oscura.
La morte è violenza, secondo la Scrittura è l’ultima nemica di Dio (cfr. 1Cor 15, 26), è una lotta all’ultimo sangue per preservare i tratti somatici, il suono della voce, l’odore della persona che dobbiamo lasciar andare. Della morte è insopportabile l’oblio. Anch’egli ha supplicato: «Fate questo in memoria di me» (Lc 22, 19). Un uomo senza nome, forse ogni uomo, dunque, sulla croce di fianco a Cristo prega così: «Ricordati di me» (Lc 23, 42). Che senso ha la vita se non si è nel cuore di qualcuno? Che senso ha la morte se sei solo un agglomerato di biologia che può deperire senza troppi problemi ed essere smaltito in 24 ore circa? Egli gli (e quindi ci) risponde: “Sarai con me” (Lc 23, 43).
Egli ha osato parlare al futuro essendo un terminale, egli ha osato sostenere che la sua morte fosse un’apertura, o meglio, una riapertura, del giardino da cui siamo usciti e di cui ci rimane un’immane, spesso forastica, nostalgia. Se avessi potuto parlare ai genitori dei ragazzi e delle ragazze di Crans-Montana, avrei voluto dire (con la potenza di una preposizione semplice): Cristo piange con voi.
*Don Gabriele Vecchione è il cappellano della chiesa della Divina Sapienza, che sorge all’interno della città universitaria di Roma.
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