Nel paese più anziano d’Europa l’età dell’elettore mediano è di poco superiore ai 52 anni. Considerando che l’età media di pensionamento è di 63,1 anni e che una persona di 52 anni ha un’aspettativa di vivere ulteriori 33,5 anni (dati Istat), questo significa che l’elettore mediano ha davanti a sé un futuro fatto per due terzi di vita da tranquillo pensionato.

Ma chi è l’elettore mediano e perché dovrebbe importarci di lui? È l’elettore che divide esattamente la popolazione degli aventi diritto al voto tra la metà più anziana e la metà più giovane. Un noto teorema di economia predice che i partiti politici in competizione feroce per accaparrarsi un voto più della concorrenza cercheranno in ogni modo di soddisfare le preferenze dell’elettore mediano.

Quante volte abbiamo sentito dire che è al centro che si vince la battaglia politica? Ecco, tipicamente si intende il centro dello spettro destra-sinistra, ma in questo caso il centro è definito rispetto allo spettro giovani-anziani. Oggi questo “centro” è fatto di cinquantaduenni non troppo lontani della pensione.

Elettorato anziano 

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Non sorprende quindi che da almeno vent’anni le elezioni siano state vinte con promesse generose che riguardavano i pensionati (dal milione al mese del 2001, all’abolizione della legge Fornero del 2018) e che quando si è messo mano in senso restrittivo alle pensioni si sono tirati in ballo tecnici senza l’incubo di essere rieletti, da Dini a Monti e Fornero fino a Draghi. E non sorprende che, a poche ore dalla convocazione delle prossime elezioni, Silvio Berlusconi abbia irresponsabilmente riesumato il suo vecchio cavallo di battaglia aggiornandolo alla valuta corrente: mille euro al mese di pensione minima.

Questo sguardo ammiccante della politica verso l’elettore mediamente anziano ci ha consegnato un paese con la spesa previdenziale che nel 2018 ha sfiorato il 17 per cento del Pil (dati Istat), il dato più alto nei paesi sviluppati. Inoltre, secondo la Banca d’Italia, il reddito medio dei pensionati  ha negli ultimi anni superato quello dei lavoratori dipendenti.

Giovani trascurati 

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In compenso la spesa per quello che interessa ai giovani (educazione, spesa per le famiglie) è tra le più basse del mondo occidentale: basti pensare a quanta fatica è stata fatta di recente per aggiungere i sei miliardi di euro necessari per fare finalmente l’assegno unico e universale: una misura che interessa 11 milioni di figli. Ma anche una misura del tutto insufficiente: si pensi, per fare un paragone, che Quota 100 avrà un costo totale di 23 miliardi in sei anni interessando meno di 350mila pensionati (dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio).

Una spesa pubblica cosi ingiusta verso le nuove generazioni crea un circolo vizioso: in uno studio comparato appena pubblicato, le studiose Katerina Koka e Chiara Rapallini evidenziano come i paesi più anziani investono meno in politiche familiari e di supporto alla natalità e questo comporta tassi di fertilità più bassi che a loro volta compromettono la sostenibilità del sistema di welfare.

Sia ben chiaro: quella della senescenza è un problema di molte democrazie sviluppate tanto che l’ex presidente della Repubblica federale tedesca Roman Herzog già nel 2008 parlava del suo paese come di una «democrazia dei pensionati». Ma certo il problema sembra particolarmente serio ed intricato nel nostro paese che oggi vive la realtà di un debito pubblico molto pesante, di una spesa pensionistica elevata e di un crollo demografico già in atto che rende insostenibile il mantenimento di questa spesa pubblica per il futuro.

Voto ai minorenni

Ma se il welfare è destinato a crollare tra qualche decennio, cosa può importare al nostro elettore mediano? Diceva Keynes che nel lungo periodo siamo tutti morti: il nostro elettore mediano anche prima di allora. Qui sta la vera questione democratica che dobbiamo cominciare ad affrontare. Alcuni pensano che basti affidarsi alla buona volontà dell’elettore mediano che se informato opportunamente  cambierà la prospettiva e si farà carico anche delle esigenze dei più giovani. In fondo anche l’elettore mediano potrebbe avere uno o due nipoti.

Altri, tra cui il sottoscritto, ritengono che non sia più il tempo dei pannicelli caldi. C’è invece bisogno di uno shock che scuota il meccanismo democratico e l’orienti al dopodomani. Ci sia permesso durante una campagna elettorale mettere sul tavolo una proposta serissima e radicale che concerne il voto a tutti i minori.  

Se infatti l’elettore mediano è troppo in là con l’età è anche perché almeno un quinto della popolazione (i minorenni) è escluso dal voto. In campagna elettorale promettere investimenti sulla scuola e sull’assegno unico non paga elettoralmente. Le cose sarebbero ben diverse se gli interessi politici dei minori venissero davvero rappresentati.

Uno studio del 2020 di Graziella Bertocchi su una riforma implementata in alcuni stati Usa, che semplicemente agevola il voto dei 18enni permettendo loro di pre-registrarsi nelle liste elettorali, ha confermato la teoria dell’elettore mediano precedentemente illustrata: a un piccolo aumento della percentuale di voto dei giovanissimi dovuto alla riforma ha corrisposto in quegli stati un altrettanto piccolo ma statisticamente rilevante aumento della spesa per educazione. Immaginate cosa potrebbe accadere se tutti i minori potessero davvero votare.

Modalità possibili 

 E come si può fare? Il demografo Paul Demeny e prima di lui Antonio Rosmini, nel 1848, hanno proposto che il voto dei minori possa essere espresso per delega dai loro genitori. John Wall nel suo recente libro Give Children the Vote, cioè Date il voto ai bambini, (2021) ha raffinato la proposta ipotizzando che questo voto sia obbligatoriamente delegato ai genitori fino almeno ai 12 anni ma che successivamente un minore possa richiedere di esercitare il suo diritto direttamente.

Questa proposta è per molti scioccante e solleva una serie di obiezioni già ampiamente discusse e ponderate in letteratura. La prima: chi dovrebbe votare per il minore e come siamo sicuri che il votante esprima davvero la preferenza del minore? Si può affidare mezzo voto a ciascun genitore, oppure il voto solo alla madre oppure a ciascun genitore ad elezioni alterne. Se uno o due genitori mancano ci pensa comunque il tutore che è chiamato a rappresentare gli interessi del minore. D’altronde chi più di loro può avvicinare le preferenze del minore stesso? E anche se le preferenze del minore fossero approssimate dal suo rappresentante questo sarebbe un enorme passo avanti rispetto allo status quo nel quale quelle preferenze non sono proprio rappresentate.

La seconda comune obiezione concerne le capacità cognitive e la maturità necessaria per esercitare il voto. Va bene il voto a 16 anni di cui si parla da un po’, ma  possiamo davvero dare il voto ad un dodicenne? Innanzitutto la proposta Wall chiarisce che il voto rimane delegato ai genitori finché non sia il minore a richiedere espressamente di poterlo esercitare in prima persona.

In secondo luogo si noti che il test sulle capacità cognitive e sulla maturità si applica solo ai minori mentre nessuno ha mai seriamente discusso di limitare il diritto di voto per altre categorie delle cui facoltà e maturità si potrebbe dubitare come persone affette da demenza senile, disturbi mentali, persone in carcere per reati gravi etc. Insomma quello del voto è un diritto che definisce la cittadinanza a prescindere dalle caratteristiche individuali, ma questo non si applica ai minori (cittadini, ma non maturi per votare).

Infine ricordiamoci che lo stesso Berlusconi della proposta sulle pensioni sosteneva qualche anno fa che il telespettatore/elettore «ha l'intelligenza di uno che ha fatto la seconda media». Il nostro dodicenne insomma.

Il percorso verso il suffragio universale cominciato nell’800 ha incontrato queste stesse obiezioni in passato: saranno i poveri e le donne maturi abbastanza per votare? I loro interessi non sono già sufficientemente rappresentati dagli attuali aventi diritto? Oggi sappiamo che l’estensione del suffragio non solo era doverosa dal punto di vista etico ma ha avuto conseguenze molto positive per lo sviluppo delle democrazie.

Suffragio (non) universale

E tuttavia il suffragio non è ancora davvero universale: oggi neghiamo ancora il voto alla generazione di Greta Thunberg che occupa le piazze seriamente preoccupata per il futuro sostenibile e neghiamo il voto alle mamme e papà che si devono prendere cura di tutti gli interessi dei loro piccoli tranne che dei loro interessi politici. Anche da questo malfunzionamento del meccanismo democratico nascono i problemi che affliggono il nostro paese. Quella del voto ai bambini è una proposta da prendere sul serio.

È una proposta impegnativa che implica delle modifiche costituzionali per cui si potrebbe cominciare sperimentandola in consessi elettorali più limitati (primarie di partito, assemblee private o non disciplinate nell’ordinamento costituzionale). Ma non spaventiamoci per la sfida: chi oggi vuole parlare seriamente di futuro deve discutere della possibilità di far votare chi il futuro ce l’ha davvero a cuore.

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