Finalmente anche Ursula von der Leyen riconosce che la minaccia principale all’Europa viene dalla guerra cognitiva, condotta sui social network, con tecniche raffinate di condizionamento dell’opinione pubblica al fine di sostenere la crescita di forze antidemocratiche e neoautoritarie. È un passo avanti, che chiedevamo inascoltati, e derisi in Italia, da molto tempo. Difendere lo stato di diritto, la sovranità digitale europea e la libertà cognitiva dei suoi cittadini deve diventare una priorità.

Per questo purtroppo il resto del discorso di von der Leyen è insufficiente per molti versi e per altri addirittura controproducente. Il riarmo, descritto da von der Leyen anche come piattaforma per l’innovazione tecnologica, non è la soluzione a questi problemi, è evidente, ma può diventare persino una scelta che aggraverà la forza delle minacce contro l’Europa.

Perché sottrae risorse al pilastro sociale che va rafforzato per dare risposte ai problemi dei cittadini a basso e medio reddito. Perché sottrae risorse agli investimenti necessari a costruire un solido sistema di servizi digitali europei e il controllo democratico sull’intelligenza artificiale. Perché sottrae risorse alla transizione ecologica e all’elettrificazione necessaria a liberarci dai combustibili fossili. E infine perché rischia di riarmare stati nazionali, come la Germania, che potrebbero finire sotto il controllo di forze politiche come Afd, cioè quelle stesse forze anti-europee ed extra-europee che si dice di voler contrastare.

Non si costruisce un’Europa più indipendente al tempo del dominio delle Big tech, fondando quella indipendenza principalmente sulla spesa militare e un sistema di controllo delle frontiere che nega quei diritti umani che si dichiara di voler riaffermare.

Un’Europa autonoma e indipendente, in un mondo sempre più instabile, deve porsi il problema di esserlo anche dagli interessi delle grandi potenze, dalla dipendenza dai combustibili fossili e dalle grandi multinazionali tecnologiche. E deve costruire la propria forza nella pace, nei diritti, nella giustizia sociale e climatica.

Servono riforme più profonde, che accompagnino alcuni impegni condivisibili enunciati da von der Leyen, come quelli sul diritto alla casa, sul lavoro di qualità, sull’adattamento alla crisi climatica, sulla regolazione dell’intelligenza artificiale. Senza una riforma dei trattati che democratizzi l’Europa quei governi che rispondono ad interessi esterni all’Ue continueranno a bloccare ogni scelta necessaria, come ha fatto l’Italia vergognosamente sulle sanzioni a Israele, rendendo l’Europa del tutto inerme rispetto all’obiettivo di fermare il genocidio e lavorare davvero per una pace che rispetti i diritti del popolo palestinese e di quello israeliano.

L’europa sociale

E infine manca una riflessione più attenta sull’Europa sociale: non si può invocarla mentre si continua a mettere la competitività davanti ai diritti, ripercorrendo la trita e ritrita ricetta neoliberista della deregolamentazione dei mercati come risposta ai problemi dell’economia europea. Abbiamo bisogno che l’Europa si impegni a livello diplomatico per una riorganizzazione del mercato globale su standard ecologici e sociali diversi da quelli attuali, capaci di impedire che la concorrenza globale si giochi sul dumping salariale, sul mancato rispetto degli accordi sul clima e sulle guerre utilizzate come strumento di conquista delle materie prime.

Von der Leyen propone inoltre oggi un nuovo Consiglio europeo di sicurezza, insieme a nuovi strumenti di difesa e a un coordinamento sempre più stretto con la Nato. Se vogliamo discutere di una nuova architettura sulla difesa europea, facciamolo. Ma non si può tacere sul fatto che attualmente le scelte della Nato sono determinate proprio da una di quelle potenze che lavorano per la disgregazione dell’Europa. Abbiamo bisogno di una politica estera autonoma che ci permetta di tornare ad essere protagonisti nella costruzione della pace: quella indicata non è la strada che va in questa direzione.

Se vogliamo riconquistare il cuore degli europei, come ha detto oggi la presidente della Commissione, serve più coraggio. Quel coraggio che può arrivare solo se nelle urne, con le importanti elezioni del 2027 in tanti paesi, avanzeranno forze democratiche e libere, quelle forse rosso-verdi che rispondono solo agli interessi delle persone comuni e dei popoli europei.

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