Era il 2016. Mia madre non voleva che andassi a un’assemblea femminista. La prima della mia giovane vita. Era una donna immigrata, madre single di tre figlie, costantemente a caccia di lavoro decente. Per lei l’unico modo per costruirci un futuro era lo studio, non la lotta politica. Qualsiasi cosa ci distogliesse dai libri era una minaccia. I bianchi potevano permettersi di arrivare in ritardo al loro appuntamento con la vita. Noi no.

Mi disse che la donna italiana per cui faceva le pulizie in nero l’avrebbe mandata via se le avesse detto «vado a fare la femminista, oggi non vengo».

Con il cuore pieno di arroganza e stupidità, le dissi che ci sarei andata lo stesso. Mi convinsi che avrei partecipato anche per lei.

L’assemblea fu enorme, rumorosa, traboccante di vita. Si parlava di donne migranti. Si citavano articoli, statistiche, teorie. Era come se quelle donne bianche stessero facendo a gara a chi sapeva di più — armate di autrici, saggiste, filosofe del Sud globale che le avevano indirizzate verso un futuro più anticoloniale e giusto.

A un certo punto una compagna chiese: «Dove sono le donne migranti? Come facciamo a rendere questo spazio meno bianco? Come ci avviciniamo alle nostre sorelle migranti?».

La domanda atterrò come un meteorite. Era vero: eravamo in poche, ed era stata proprio una donna socializzata come bianca a sollevare la questione.

Non sapevo dove fossero le altre donne immigrate. Ma sapevo dov’era mia madre: a lavorare a nero, a casa di una donna bianca.

Fu in quel momento che capii qualcosa che non sapevo ancora nominare. Ero femminista, ero una sorella – ma non ero come loro. Ero figlia di immigrati e donna italiana insieme. Una posizione doppia, di confine, che conteneva già, senza che io lo sapessi, la risposta a quella domanda che nessuna in quella stanza riusciva a fare propria.

Una vita femminista

L’assenza delle sorelle immigrate le lasciava perplesse. Io invece, per via di quell’assenza, per la prima volta riuscivo a vedere mia madre in tutta la sua potenza politica. Smettendo di cercare un femminismo bianco a cui lei avrebbe dovuto adattarsi, riuscivo a dare un senso politico alle sue fatiche — alle mani legate dal permesso di soggiorno, dal lavoro precario, da una vita che non concedeva margini. Non era in quella stanza. Eppure, nonostante non si definisse femminista, aveva dedicato tutta la sua vita e le energie che le avanzavano, alle donne della comunità.

Ricordo che in casa mia arrivavano spesso neonati. Rimanevano settimane, a volte mesi. Mia madre li teneva per conto di donne che non potevano — per i documenti, per il lavoro, per il rischio che gli assistenti sociali glieli togliessero. Traduceva documenti, spiegava come funzionavano i servizi, indirizzava le ragazze da medici amici degli immigrati.

Se una donna aveva bisogno di un aborto, lei che era contraria metteva da parte le sue convinzioni indirizzandole verso l’ambulatorio giusto. Se un marito alzava le mani, interveniva al meglio delle sue possibilità. Ricordo di una donna in fuga dal marito violento. Mia madre aprì le porte di casa con una naturalezza che si capiva essere il riflesso di un certo modo di stare al mondo.

Il suo femminismo era una pratica così intensa e quotidiana che lei stessa non avrebbe saputo definirlo, tanto era normale per lei, fare quel che faceva.

Sono passati dieci anni da quel lontano 2016 di epifanie. La parola intersezionalità è ovunque; nei comunicati, nelle presentazioni, nelle buone pratiche aziendali. È diventata quasi una medaglia al valore. Eppure il femminismo italiano è ancora prevalentemente bianco, ancora organizzato intorno a strumenti – l’assemblea serale, il presidio, il documento collettivo – che presuppongono un tipo di vita che non è quella della maggior parte delle donne immigrate in Italia.

E questo accade perché sfortunatamente, sapere come funziona l’oppressione non significa saper cambiare il modo in cui si organizza la lotta. Il movimento usa l’intersezionalità per analizzare le vite delle altre, ma fatica ad applicarla alla propria struttura. L’organizzazione femminista, presuppone una serie di piccoli e grandi privilegi. Quelli che mia madre non aveva e che io, con tutta la mia arroganza, non riuscivo a vedere.

La solidarietà in pratica

Come si fa allora, concretamente, l’intersezionalità?

Penso a una risposta e mi viene in mente ancora mia madre, circondata da quelle donne che ricevendo aiuto, a loro volta lo davano, creando un flusso di solidarietà che per essere messa in pratica, non aveva bisogno di essere codificata attraverso un linguaggio accademico, o dentro un’assemblea. Tenere i figli degli altri, dare ospitalità a chi ne ha bisogno, scambiarsi strategie su come trovare lavori e salari migliori, è femminismo. Un femminismo che non trae la sua forza dalla teoria, ma dalla sopravvivenza che ambisce a farsi vita.

Nel corso degli anni, la sorellanza vissuta come un automatismo di genere, mi ha spinta a ragionare sulla possibilità di superarla. Non siamo sorelle perché siamo tutte donne. Non stiamo sulla stessa barca. Qualcuna sta su una scialuppa che imbarca acqua. Qualcuno sta annegando nonostante possa ricevere aiuto. La sorellanza presuppone una somiglianza immaginata che ci si dimentica di costruire.

Allo stesso tempo, mentre la sorellanza perde posizioni, l’alleanza avanza spedita, per la sua forza simbolica e pratica dove la relazione che si costruisce attraverso le differenze, non nonostante esse. L’alleanza è uno sforzo. Richiede di vedere l’altra nella sua specificità, nei suoi bisogni reali — non nel simbolo che proiettiamo su di lei. Per questo mi piace. È lavoro. L’unico lavoro non pagato che come donna sarei disposta a fare.

Oggi la domanda giusta non è più dove sono le donne migranti, ma come accorgersi che queste esistono già, su un piano parallelo dell’esistenza che è impossibile percepire attraverso una bianchezza decostruita solo sul piano intellettuale. Le donne immigrate non sono oggetti di studio. Sono amiche, vicine di casa, lavoratrici, cittadine. Alleate. Sono presenti. Resistenti. Organizzate.

Penso spesso a mia madre che quella mattina andò a fare le pulizie invece di venire con me ad un’assemblea femminista. Penso soprattutto a quanto fossi convinta di lottare anche per lei e, a quanto poco capissi, allora, cosa significasse davvero farlo.

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