Dopo l’accoltellamento dello studente di La Spezia si torna a parlare di generazione delle lame e si invocano risposte dure. Si tratta di una narrazione semplice e rassicurante, ma profondamente fuorviante. I dati dicono che non c’è nessuna emergenza sulla violenza giovanile. Il problema tuttavia esiste e non va sottovalutato. Ma va affrontato con politiche adeguate
L’accoltellamento il 16 gennaio di Youssef Abanoub, studente diciottenne, da parte di un suo coetaneo all’istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia ha riattivato quasi automaticamente un copione già visto. Da un lato il dibattito sul “disagio giovanile” e la cosiddetta generazione delle lame; dall’altro una reazione politica e mediatica che legge questi episodi come la prova di una deriva delle nuove generazioni e della necessità di risposte più dure e repressive.
Si tratta di una narrazione semplice e rassicurante, ma profondamente fuorviante. Nei giorni successivi all’episodio abbiamo infatti assistito a una classica reazione di panico morale: una risposta collettiva amplificata, fatta di paura e indignazione pubblica, che si innesca quando un fenomeno viene percepito – soprattutto dallo sguardo degli adulti – come una minaccia grave all’ordine sociale. In questo caso, la diffusione dell’uso dei coltelli tra i giovani e l’aumento percepito della violenza producono una stigmatizzazione sproporzionata dei giovani “a disagio” e dei giovani migranti e alimentano richieste di maggiore controllo sociale.
Ma cosa ci dicono - davvero - i dati sulla violenza giovanile in Italia? Il quadro è molto meno allarmante di quanto suggerisca il dibattito pubblico. Consultando il database del Global Burden of Disease Study 2023 dell’Institute for Health Metrics and Evaluation, emerge che i decessi legati alla violenza interpersonale tra i giovani italiani sono nettamente inferiori alla media dei paesi comparabili. Tra i 15 e i 19 anni si registrano 0,23 decessi ogni 100 mila giovani, contro una media Ue di 0,46. Anche nelle fasce di età successive i numeri restano contenuti, attestandosi su livelli molto inferiori a quelli delle economie avanzate. Per avere un termine di paragone, negli Stati Uniti – il paese delle armi libere “per autodifesa” e dei metal detector nelle scuole – si arriva a 12,5 decessi ogni 100 mila giovani.
Anche i dati del Ministero dell’Interno sulla criminalità minorile non mostrano un’esplosione nel lungo periodo: nel 2023 le segnalazioni sono state inferiori ai livelli di picco registrati nel 2015. È vero che nel periodo post-pandemico si osserva un aumento di alcuni fenomeni, in particolare delle lesioni dolose, ma parlare di emergenza strutturale è improprio.
Questo non vuol dire sottovalutare il problema. Al contrario, significa affrontarlo con strumenti adeguati. La ricerca internazionale e i rapporti della Organizzazione mondiale della sanità mostrano che la violenza giovanile è il risultato di fattori di rischio che operano su più livelli: individuale (comportamenti aggressivi, fragilità psicologiche, uso di sostanze), familiare e relazionale (scarsa supervisione, pratiche educative incoerenti, contesti sociali a rischio), comunitario (criminalità di quartiere, disuguaglianze economiche, povertà concentrata).
I programmi di prevenzione più efficaci sono quelli che intervengono su questi fattori, riducendoli o attenuandone gli effetti. Le evidenze empiriche sono chiare: gli interventi fondati sulla prevenzione sociale, sull’educazione e sul rafforzamento dei contesti di vita dei giovani producono risultati migliori e più duraturi rispetto alle risposte esclusivamente repressive, che intervengono quando i comportamenti violenti sono già emersi e spesso con effetti limitati o controproducenti.
Nel dibattito italiano, però, questa evidenza continua a essere marginalizzata. Negli ultimi anni, la destra ha sistematicamente cavalcato i temi della supposta devianza giovanile – dai rave ai coltelli fino alla violenza politica. Mostrando una forte diffidenza verso il lavoro educativo e sociale, la destra appare priva degli strumenti culturali per affrontare fenomeni complessi come quello di La Spezia, che diventano così l’occasione per rilanciare misure di controllo e repressione. Decisioni che producono consenso immediato, ma non soluzioni.
Anzi, questo approccio alimenta un circolo vizioso: rafforza nei giovani la percezione di istituzioni lontane, punitive e incapaci di ascolto, indebolisce il legame sociale e riduce gli spazi di mediazione e prevenzione. Esattamente il contrario di ciò che servirebbe.
Se vogliamo davvero ridurre la violenza, occorre cambiare punto di vista. Uscire dalla retorica emergenziale, smettere di parlare dei giovani solo quando fanno paura. La sicurezza non si costruisce soltanto con la repressione, ma soprattutto con politiche per i giovani, capaci di dare senso, protezione e futuro alle nuove generazioni. Continuare a ignorarlo è miope. E colpevole.
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