L’intellettuale e i federalisti, pur stimati antifascisti, erano considerati eretici e furono isolati anche quando redassero il documento più noto: "Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Un testo fondamentale che ha ispirato anche i padri costituenti della Repubblica italiana, alcuni prigionieri del fascismo sull’isola di Ventotene
Una intensa e densa biografia quella di Altiero Spinelli, ricca di esperienze politiche, editoriali, umane, istituzionali, da attivista mai domo, freneticamente impegnato in un riformismo del fare lontano da sterili proclami. Aderì al Partito comunista, più che all’ideale tout court, al fine di acquisire una funzione e giocare un ruolo politico per cambiare il mondo. Da parlamentare europeo (1979-86), «indipendente» del Pci, ricordò: «sono probabilmente l’unico ad essersene andato dal Pci per la mia strada, e ritrovare che esso si è messo proprio sulla strada aperta da me, e mi corre dietro». Prese le distanze dall’ortodossia – “cattedrale di granito e nebbia” – e dalle purghe di Stalin, tanto da costargli l’espulsione dal partito (1937), accusato di trockismo. Spinelli e i federalisti, pur stimati antifascisti, erano considerati eretici e furono isolati anche quando redassero il documento più noto: "Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”. Un testo fondamentale che ha ispirato anche i padri costituenti della Repubblica italiana, alcuni prigionieri del fascismo sull’isola pontina. Ventotene – «capitale morale d’Europa» – è oggi sinonimo di Unione europea.
Le (auto) critiche
Per Spinelli il Manifesto era innovatore su due punti: la federazione europea non era presentata (solo) quale sogno – «un bell’ideale» –, ma obiettivo per il quale agire, un invito «non a sognare, ma ad operare». L’Unione europea avrebbe generato «uno spartiacque» proprio dentro le culture politiche, spingendole a ridefinirsi rispetto all’orizzonte federale. Più attuale di così… Ma Spinelli non lesina (auto)critiche: un’eccessiva dose di ottimismo, di positivismo politico, di magnifiche sorti e progressive, nell’immaginare che la nuova idea fosse di «imminente realizzazione»; un errore veniale. Inoltre, rimprovera a sé e compagni di non aver considerato che alla fine del conflitto mondiale gli europei non sarebbero stati padroni del proprio destino, ma essendo cessata la centralità del «vecchio continente» sarebbero stati esposti all’influenza di potenze extraeuropee, Usa e Urss innanzitutto.
Il Mosè d’Europa
Il 18 agosto 1943 alcuni confinati lasciarono Ventotene. Nelle parole di Spinelli emerge risentimento, consapevolezza e determinazione per le future azioni. «Guardavo sparire l’isola nella quale avevo raggiunto il fondo della solitudine, mi ero imbattuto nelle amicizie decisive della mia vita, avevo fatto la fame, avevo contemplato come da un lontano loggione la tragedia della seconda guerra mondiale [...] avevo scoperto l’abisso della rassegnazione, la virtù del distacco, il piacere del pensare pulito». Una peregrinazione protratta, beffarda premonizione insita nello pseudonimo che si diede – Ulisse –, e che affrontò con coriaceo stoicismo nel tentativo di «diventare saggio».
Lasciato il confino tornò a Torre Pellice, «capitale della comunità valdese», dove tenne il primo discorso pubblico. Fu deputato al Parlamento italiano e commissario europeo per la politica industriale e la ricerca, nominato dal governo guidato da Aldo Moro. Fondò l’Istituto affari internazionali e fu collaboratore della rivista Il Mulino. Spinelli ha rappresentato mezzo secolo della storia europea ed è stato l’attore protagonista della prospettiva unitaria. Nella poliedrica, prolifica ed eclettica vita politica, è rimasto nella storia per il lungimirante pensiero sull’Europa, dell’Europa e per l’Europa. Nel 1980 lanciò la rivista Crocodile. Lettre aux Membres du Parlement européen, e nell’editoriale del primo numero illustrò il progetto di una «comune volontà dell’Europa».
L’Italia, l’Europa e il sovranismo
Se Spinelli e Rossi – che Spinelli definisce «un maestro della mente» – non si pronunciarono in forma compiuta sulle forme istituzionali o di governo del futuro assetto democratico di Italia ed Europa, furono decisi nell’individuare la Repubblica quale fondamento della nuova realtà politica: «l’organizzazione razionale degli Stati Uniti d’Europa, i quali non possono poggiare che sulla costituzione repubblicana di tutti i paesi federati».
Spinelli e Rossi vedevano il rischio di una pace effimera, ingiusta, del riemergere della sopraffazione: «nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati, si proclameranno amanti della libertà, della pace, del benessere generale, delle classi più povere, e influenzati dal pensiero di Luigi Einaudi, scrivono: «Non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori». In fondo ha ragione la presidente Meloni: Spinelli era un rivoluzionario.
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