Sarebbe utile che i parlamenti dell’eurozona e l’Eurocamera di Strasburgo, nelle Commissioni competenti, incominciassero a pronunciarsi sulla politica monetaria e del credito da attuare invece. A tutti è chiaro che, ancor di più nella stagione della guerra e degli shock strutturali, la banca centrale fuori dal discorso pubblico aggrava le condizioni di lavoratori e piccole imprese
È ora di ridiscutere l’indipendenza assoluta della Bce. L’attacco personale, per via giudiziaria, contro Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve, innescato dalla Casa Bianca è grave, inaccettabile, per i modi e per il messaggio intimidatorio finalizzato a instaurare un potere esecutivo autoritario, ossia senza contrappesi legislativi e giudiziari.
Ma il nodo dello status extra-democratico, unaccountable, di istituzioni iper-politiche come le banche centrali, depositarie di poteri di regolazione e di vigilanza sconfinati su questioni decisive —moneta e credito— è venuto al pettine: per manifesta insostenibilità dell’impianto neo-liberista sottostante e per il conseguente passaggio d’epoca in atto.
Siamo in una transizione geopolitica, tecnologica, climatica, demografica, finanche antropologica nella quale, divenuta impraticabile la rotta mercantilista, va riorientata la navigazione verso la domanda interna: redistribuzione del reddito e investimenti.
Fasi eccezionali
In tale quadro, vanno resi disponibili al dibattito pubblico i totem adorati negli ultimi decenni. Ad esempio, la maggiore produttività ed efficienza di un ecosistema bancario oligopolistico, dominato da grandi soggetti multinazionali, rispetto a un contesto arricchito dalla presenza diffusa di banche di territorio (banche popolari e BCC). Soprattutto, va abbattuto il totem della separazione stagna tra politiche monetarie e politiche di bilancio.
Lucrezia Reichlin, in un editoriale sul Corriere della Sera, scrive: «La storia economica insegna che, in fasi eccezionali —guerre, crisi sistemiche, transizioni strutturali— il coordinamento tra Tesoro e banca centrale può essere non solo inevitabile, ma persino desiderabile».
Ci siamo. Martins Kazaks, a capo della banca centrale della Lettonia, in lizza per fare il vice di Christine Lagarde, sostiene che «è naïf pensare che non siamo in guerra contro la Russia». Mario Centeno, ex governatore della banca centrale del Portogallo, l’altro principale aspirante a numero due della Bce, afferma che l’Europa, a causa dei dazi, è colpita da uno «shock strutturale» e che dovrebbe «rispondere con il coordinamento tra politica monetaria, politica di bilancio e poli che per la concorrenza».
L’intervento necessario
Paradossalmente, di fronte alle discontinuità del tornate storico, a Washington, un intervento istituzionalmente corretto sulla Fed sarebbe possibile. Infatti, la Fed ha un duplice obiettivo (prezzi e occupazione) e uno statuto affidato a legge ordinaria, quindi modificabile dal Congresso a maggioranza. Il problema si pone nell’eurozona: per statuto, la Bce ha soltanto il compito di tenere a bada i prezzi.
È svincolata dalla salvaguardia di economia reale e occupazione, in radicale contraddizione con la nostra democrazia costituzionale fondata sul lavoro. È inibita alle sinergie dirette con la finanza pubblica. Il suo mandato, frutto avvelenato dell’estremismo ordoliberista imposto a Maastricht, criticato allora da Guido Carli, è imbullonato nel Trattato, quindi modificabile soltanto con l’unanimità dei 21 Stati dell’unione monetaria.
Nella «fase eccezionale» in corso, si dovrebbe prendere atto dell’“errore” compiuto nel ‘92 e orientare l’indipendenza della banca centrale verso un funzionamento democratico. I partiti, in primis partiti dell’area progressista e sindacati, dovrebbero promuovere, senza demagogia, la discussione.
Data l’impossibilità di correggere lo statuto della Bce, sarebbe utile che i parlamenti dell’eurozona e l’Eurocamera di Strasburgo, nelle Commissioni competenti, oltre ad audire ex-post i vertici dell’Eurosistema, incominciassero a pronunciarsi sulla politica monetaria e del credito da attuare invece di dedicarsi a improvvisate iniziative propagandistiche, come l’emendamento alla Legge di Bilancio per il 2026 sull’appartenenza delle riserve in oro della Banca d’Italia.
A tutti è chiaro che, ancor di più nella stagione della guerra e degli shock strutturali, la banca centrale fuori dal discorso pubblico aggrava le condizioni di lavoratori e piccole imprese.
© Riproduzione riservata


