Da Hebron a Masafer Yatta, tra case demolite, ulivi sradicati e cancelli che imprigionano la vita quotidiana, ci sono le tante facce dell’occupazione israeliana. E la resistenza nonviolenta di chi non si arrende. Ma c’è una domanda a cui non si trova risposta: perché il nostro governo permette tutto questo?
Sono tornata da poco più di una settimana dai territori palestinesi occupati in Cisgiordania. Ho imparato moltissimo e non avrei potuto essere più contenta di essere lì; mi è mancata soltanto una cosa: Giorgia Meloni. Sarebbe stato bellissimo averla con noi, a guardare insieme le tante facce dell’occupazione. Magari avrebbe avuto una risposta migliore della mia alla domanda «Ma come è possibile che i vostri governi permettano tutto questo?».
Da Masafer Yatta a Nablus, passando per Gerusalemme est, Hebron e il governatorato di Ramallah, se la presidente del Consiglio fosse stata con noi avrebbe potuto avere un assaggio della vita palestinese, dove la presenza israeliana non ha soltanto il colore del sangue (dall’inizio dell’anno ci sono stati almeno ottanta vittime e quasi duemila feriti negli attacchi dei coloni o dall’esercito), è anche rapina, umiliazione, tentativo sistematico di cancellare storia e cultura.
A Gerusalemme est, tra ordini di sfratto e demolizioni, l’occupazione ha la forma di una fattura: le famiglie palestinesi devono pagare per il bulldozer e «guarda bene qui - ci fa notare Fakhri, davanti alle macerie in quello che un tempo era il suo giardino - mi hanno fatto pagare anche i panini che ha mangiato la polizia mentre mi demolivano la casa».
Nella città vecchia di Hebron - patrimonio Unesco dell’umanità - ha la forma di una rete: i commercianti hanno dovuto metterla perché i coloni, dove hanno occupato le case ai piani superiori, lanciano sul mercato buste di spazzatura, frutta marcia, sacchetti d’acqua o di urina. Ha la forma di lunghe file di portoni gialli, serrati: erano negozi, ma da quando le autorità israeliane hanno tirato su muri e cancelli hanno chiuso gli accessi, stravolto la mobilità, strangolato i negozi fino a farli chiudere. A Masafer Yatta ha la faccia di una casa bruciata dai coloni la scorsa settimana, di 24 case demolite nei giorni successivi. Degli avamposti illegali che dominano i villaggi, dei coloni che ti rompono le ossa, ti sparano nelle gambe, e poi fermano l'ambulanza che dovrebbe portarti in ospedale.
Ovunque l’occupazione ha la forma di centinaia di cancelli di ferro gialli, che esercito e coloni possono chiudere con un lucchetto quando vogliono, “secondo l’umore”. Ogni spostamento, anche breve, inizia ben prima di salire in macchina: bisogna controllare nei gruppi e nelle chat se le strade sono aperte o chiuse, se è stato imposto il coprifuoco da qualche parte, qual è la situazione dei checkpoint e dei cancelli, e così via.
«Sono una trentina di chilometri di strada, quanto ci metteremo?». Il nostro amico al volante si mette a ridere: «Bella domanda, e chi lo sa, dipende all’occupazione!». Quanto tempo di vita, ogni giorno, viene rubato ai cancelli e ai checkpoint? Ci pensavo in macchina una sera, tornando da Nablus a Ramallah, dopo l’ennesima deviazione. D’un tratto le macchine davanti a noi rallentano, si fermano; dalla direzione opposta ne arriva una veloce: «I coloni, attaccano le macchine!». Inversione di corsa e andiamo a cercare un’altra strada. «Non è niente - dice il nostro amico quando ci siamo allontanati - è la normalità».
Nel villaggio di al Mugghayr l’occupazione ha il colore della terra rossa, smossa da poco. «Vedi lì davanti?», ci indica una signora dopo averci offerto un tè. «Due settimane fa era pieno di ulivi. Li hanno sradicati». Poco dopo vediamo il bulldozer arrivare in fondo al campo. Finisce di spostare i tronchi divelti. «È così tutti i giorni, è così dappertutto».
Tentativo sistematico, strutturato e quotidiano di piegare la popolazione palestinese, dicevo: tentativo vano, aggiungo. Perché la faccia della Cisgiordania occupata è anche la faccia fiera della resistenza nonviolenta, sistematica, quotidiana di uomini, donne e bambini. Solo una cosa mi è mancata, in questi giorni con loro: la risposta alla domanda «Perché il vostro governo continua a essere complice di tutto questo?». E Giorgia Meloni.
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