Gli ultimi dati del Centro europeo per le malattie infettive lanciano un allarme sulla consapevolezza di ragazze e ragazzi. La responsabilità viene scaricata sui giovani stessi, accusati di ignoranza e imprudenza. Come se i comportamenti sessuali loro e del resto della popolazione non fossero un problema sociale e sanitario che la politica è chiamata a gestire
Pochi giorni fa sono stati pubblicati i dati relativi al 2024 del Centro europeo per le malattie infettive (Ecdc), che raccontano una situazione allarmante: la sicurezza dei rapporti sessuali in Europa non è argomento diffuso, né sembra esserci una sufficiente consapevolezza sulle malattie sessualmente trasmissibili. Da dieci anni a questa parte c’è un evidente peggioramento nei numeri di contagi e trasmissione, come senza perifrasi dice il rapporto proprio nel suo incipit: «Gli ultimi rapporti epidemiologici annuali dell'Ecdc indicano un'impennata delle infezioni sessualmente trasmissibili (Ist) di origine batterica in tutta Europa. Nel 2024, le segnalazioni di gonorrea e sifilide, insieme alla sifilide congenita, hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi dieci anni, a testimonianza di una trasmissione persistente in diversi paesi».
Il dibattito pubblico si è concentrato in Italia sul ruolo della scuola, luogo nel quale queste importanti informazioni sul “sesso sicuro” – mi scuso per la brutale sintesi di questa formula, inadeguata ma ormai entrata nella prassi – dovrebbero essere diffuse insieme a qualche strumento (distributori di profilattici a prezzi calmierati, per esempio) da usare. Il clima, com’è facile immaginare, è stato quello del palleggio di responsabilità: a chi sostiene che la legge Valditara impedisca un’informazione corretta e diffusa verso chiunque, sottoponendo questi argomenti al consenso genitoriale, il Mim precisa in una nota che «è destituito di fondamento che la normativa dell’attuale ministro richieda il consenso scritto dei genitori per educare alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili».
Nel frattempo, queste notizie e il relativo dibattito sono spesso raccontate tramite titoli accusatori proprio verso quella che è la parte lesa: «Giovani bocciati in sesso sicuro» è un titolo, come se fosse colpa di una generazione ignorante di non superare l’esame in una materia, invece di essere gli utenti di un servizio pubblico insufficiente o inesistente relativo a un aspetto cruciale della propria vita privata e pubblica.
Vittime e colpevoli
Sì, pubblica: perché quello che ancora una volta non si vuole capire, a livello istituzionale e mediatico, è che l’etica dei comportamenti relazionali e sessuali è un problema pubblico, sociale, politico e non affare di posizioni moraliste private. Perché se non ricevo le necessarie informazioni sul comportamento igienico e profilattico da usare nei miei rapporti sessuali, a qualsiasi età, la mia condotta sessuale diventa un problema sociale: trasmetto malattie invalidanti, diffondo virus inconsapevolmente, posso causare in molte persone problemi di salute impattanti sulle loro scelte di vita, posso causare traumi psicologici forse non risolvibili in una vita intera. Abbiamo una sensibilità altissima verso possibili diffusioni virali, discutendo di fantomatici ritorni di pandemie, mentre ignoriamo con colpevole trascuratezza la sessualità quotidiana, che già conta moltissimi diffusori di malattie e che fa molte vittime, ogni anno.
E come al solito, la “colpa” è dei giovani, come se gli adulti non facessero sesso o fossero tutti campioni di prevenzione, di igiene intima, di consapevolezza relazionale, di “sesso sicuro”. Non solo i dati dicono il contrario, ma l’esperienza di chi con i giovani lavora quotidianamente sui temi dell’educazione sessuoaffettiva sa bene che invece la soglia di attenzione e la volontà di informarsi è altissima proprio in chi è più giovane; ma la risposta sociale a questa domanda di consapevolezza e di strumenti è quasi a zero, lasciata a iniziative sporadiche, volontariato, casi fortunati e poco diffusi.
Assumersi la responsabilità
La causa di tutto ciò è evidente proprio a chi è più giovane: la scelta politica – e non è questione di destra o sinistra ma di convenienza economica – è di investire in attrezzature, laboratori, “sicurezza” e non sulla formazione, l’educazione, la pedagogia. Costa meno usare il personale di aziende sanitarie e forze di polizia che costruire percorsi educativi forniti da esperti ed esperte di sessualità, relazioni sociali, psicologia, sociologia; costa meno stampare, produrre e distribuire materiali informativi che organizzare corsi per docenti e studenti sui temi da discutere, il linguaggio da usare, le pratiche cui fare attenzione; com’è noto, costa meno demandare la responsabilità che assumersela.
Il sintomo sociale è evidente, e pure la malattia. Invece nel 2026 ancora dedichiamo tempo a fantasticare di virus che stermineranno il genere umano obbligato a stare chiuso in casa, mentre migliaia di persone soffrono e hanno la vita condizionata da gonorrea (+30% dal 2024), sifilide (raddoppiata), clamidia (più di 200mila casi), linfogranuloma venereo (Lgv, addirittura sottostimato per mancanza di dispositivi diagnostici). Malattie che conosciamo benissimo da secoli, come un’altra malattia sociale che sembra inestirpabile: lo scaricabarile politico sui giovani.
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