Il tema che rimane davvero al centro dell’interesse politico di Palazzo Chigi è il controllo dei media. Ma alla destra non basta occupare tutti gli spazi disponibili. Perché il processo abbia successo deve anche mostrare l’esercizio di questa egemonia
Dopo i tanti baci sui capelli ricevuti da Joe Biden, la premier italiana, ancora prima che lo stesso Biden abbia lasciato la Casa Bianca, è sveltamente passata a un più robusto incontro con il nuovo presidente Usa Donald Trump, concluso da un maschio “pollici in su”.
Il cambio di passo dell’inquilina di Chigi è stato lieve ma ha mostrato l’assoluta fragilità della collocazione internazionale dell’Italia. Una politica estera che oscilla fra effetti Hollywood di scenografie di vertici globali e giravolte improvvise di amicizie e alleanze.
Quello fra Biden e Trump è un vasto spazio, e francamente non ispira fiducia che la distanza possa essere ricoperta con tale facilità. Che Meloni sia oggi, come si affretta a dichiarare la sorella Arianna, un tramite fra Europa e Usa (tanto per essere umili) è il frettoloso tentativo di ricoprire piuttosto un vuoto di iniziative. Albania docet. E qualcosa ci insegna anche il Piano Mattei. E, aggiungo, se non fosse così precario l’equilibrio politico del governo, non ci sarebbe bisogno, da parte dell’esecutivo, di tentare ogni giorno di controllare, indirizzare, e rampognare i media per coprire questo suo vuoto.
Controllare i media
Partire da molto lontano – arrivare ai vertici internazionali – è un percorso involuto, ma forse l’unico che ci mette in grado di capire il tema che rimane davvero al centro dell’interesse politico di Palazzo Chigi: il controllo dei media. L’ultimo rapporto europeo sullo stato di diritto nell’Unione europea continua a indicare l’Italia tra i paesi critici per la libertà di stampa ma, nonostante i campanelli di allarme, il governo ha deciso un’ulteriore stretta.
Una norma vieta di pubblicare testualmente le misure di custodia cautelare personali fino a che non siano concluse le indagini preliminari o fino al termine dell’udienza preliminare. Di fatto un invito a fare coperture senza citare fonti chiare o, se preferite, a non fare copertura del tutto.
Uno spirito controllore appare oggi negli angoli più sorprendenti, come abbiamo visto in vari casi nei mesi passati: appare nei tg e nel giornalismo di inchiesta, ma anche nei talk di costume e di cultura. Quando va bene si tratta di saper porre un limite alle parole, al giro di frasi per rendere commestibile un amaro boccone. Ma più spesso ancora è un vasto piano sulla intera struttura dei media, uomini, donne, anchor, direttori, scrittori, poeti e dirigenti. E, anche, editori.
È probabilmente il più coerente piano di cambiamento adottato da questo governo. Certamente è anche quello che più segnala e racconta il nuovo potere.
La leva su cui cresce questo cambio è, per molti versi, coerente: la destra di Meloni si fonda su una narrativa “rivoluzionaria”, quella degli underdog, appunto. L’esclusione dal sistema di una classe politica che arriva ora al potere, e ne cambia non solo gli equilibri, ma anche linguaggio, interlocutori e lealtà. Quando la premier parla, è sempre con la rabbia nella voce di chi è stato escluso, di chi viene dai ranghi degli ultimi cui la politica offre la grande possibilità di rifarsi: la revanche, appunto. Non sfugge credo a nessuno che questo discorso segnali l’assoluta consonanza del nostro premier con tutti gli autocrati in giro per il mondo, e con il presidente americano, assoluto “vendicatore” dell’America First, Trump.
Vittimismo di governo
Il fatto, però, è che la narrazione che struttura questo discorso è in parte falsa. Falso è, ad esempio, che la destra in Italia sia stata esclusa e rinchiusa da sempre in un ghetto. Lo straordinario Ventennio di potere di Silvio Berlusconi, al contrario dei discorsi vittimisti di Meloni, ha portato la destra, proprio nei media, a straordinarie vette.
Basta studiare un po’ da vicino la storia del servizio pubblico, la Rai, in questo Ventennio, leggere la lista dei dirigenti, dei consigli di amministrazione. E ricordare anche che la stessa premier è stata una enfant prodige di questo sdoganamento.
Un solo elemento è giusto nel tema revanche. Ed è che la destra, oggi al governo, fuori dai giochi c’è effettivamente rimasta. Ma lo è stata per il suo radicalismo, fuori dallo stesso sistema della destra istituzionale. Ed è in questo gap politico che mette radici il rapporto con i media del governo attuale: a Chigi non basta conquistare tutti gli incarichi nel sistema, e nemmeno costruire tutto il controllo delle istituzioni culturali. Perché il processo abbia successo deve anche mostrare l’esercizio di questa egemonia. Da qui gli aspetti aggressivi, l’insistenza contro i singoli giornalisti o testate, la maldicenza, la costante denigrazione professionale con cui ogni decisione viene attuata.
L’attacco ai media di Chigi, in maniera del tutto simile a quello di Trump, è sempre una denuncia, è sempre un torto raddrizzato, è sempre un atto di compensazione a quello che non si è avuto. Del resto, il vittimismo che vince sul male è una linea di soap tanto più interessante. E poi, a chi verrebbe in mente di rimproverare una premier che sta soffrendo tanto per tutti?
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