Lo Stato legalitario, affermava Calamandrei nel 1944, è uno strumento che si presta alla politica di qualsiasi partito, e per questo non è necessario riformare i meccanismi costituzionali. «Ma ci sono partiti ai quali più propriamente si adatta l’attributo di rivoluzionari», si legge nel primo capitolo di Il fascismo come regime della menzogna, «i quali, prima che i problemi di sostanza, attinenti al contenuto del diritto, si pongono i problemi di forma, attinenti al modo di formularlo: i quali ritengono, cioè, che prima di passare alla risoluzione delle concrete questioni economiche e sociali, sia necessario stabilire un “ordine nuovo”, un nuovo metodo per creare le leggi destinate a risolverle».

Questo passaggio, sorprendentemente attuale nella corsa a imporre al parlamento un testo di revisione costituzionale che modifica sette articoli riguardanti l’assetto dei poteri dello Stato senza discussione né possibilità di emendamenti, diventa perturbante alla luce di un’affermazione fatta dalla presidente del Consiglio sull’essenza di una riforma della giustizia che si propone di eliminare le «storture che in ottant’anni di storia repubblicana non siamo mai riusciti a correggere».

Una dichiarazione problematica, contenuta in un video di tredici minuti rilasciato lo scorso 9 marzo su Instagram, che sembra indicare che la revisione dell’organizzazione della magistratura non andrebbe interpretata solo come la logica continuazione della linea politica agita dai governi di centrodestra a guida berlusconiana sin dal 1994, ma come rimedio a un “errore” originario della Costituzione del ’48.

Da qui la scelta di intervenire non con una legge ordinaria ma con una revisione dell’architettura della Carta che potrebbe alterare ulteriormente il bilanciamento fra i poteri dello Stato a favore di un esecutivo sempre più insofferente a limiti e controlli, con un parlamento umiliato dall’abuso della decretazione d’urgenza e del voto di fiducia, e un potere giudiziario sottoposto a una continua campagna di delegittimazione che descrive i magistrati come correntizi, politicizzati, in fondo immeritevoli del metodo democratico, al punto da dover essere estratti a sorte senza alcun criterio di valore o competenza.

Calamandrei e i costituenti venivano da anni di totale asservimento della magistratura al regime, il quale era stato «anzitutto negazione polemica dei metodi costituzionali dello Stato liberale e proposito o velleità di costruire, in luogo di questo, un nuovo meccanismo di legalità attraverso il quale la volontà dello Stato, cioè il diritto, potesse manifestarsi in maniera più genuina e più energica che non attraverso i logori ingranaggi della libertà, del suffragio popolare e della divisione dei poteri». Nella loro cultura il giudice doveva essere non un mero funzionario tecnico ma un garante della democrazia costituzionale intesa non, semplicemente, come governo della maggioranza, ma come governo della maggioranza contenuta entro precisi limiti giuridici.

Per questo il dibattito sulla giustizia svolto nella campagna referendaria è stato un dibattito sulla natura della democrazia costituzionale italiana, e il rifiuto di ledere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura – rispondendo alla necessità di mettere in salvo i «logori ingranaggi della libertà» – è stato un posizionamento sulla tenuta degli argini necessari a fermare una destra che vuole “costituzionalizzarsi” modificando l’equilibrio tra poteri disegnato dalla Carta. Proprio nel corso di questo dibattito, l’esecutivo ha presentato un progetto di legge elettorale capace di assicurare alla maggioranza una presa del potere inscalfibile in vista della prossima legislatura, a cui spetterà il compito di esprimere il nuovo capo dello Stato.

Si compirebbe così la marcia verso il premierato promesso da Fratelli d’Italia in campagna elettorale e annunciato come “madre di tutte le riforme” il 3 novembre 2023, quando il Consiglio dei ministri approvò il disegno di legge costituzionale che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio, approvato in prima lettura dal Senato nel giugno 2024 e vicino a compiere il suo iter parlamentare.a

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