Quando un bambino viene fatto scendere da un autobus perché senza biglietto non siamo davanti solo a un fatto di cronaca. È il segnale di cosa accade quando ciò che rende possibile andare a scuola viene trattato come un servizio a pagamento e non come parte del diritto allo studio. La stessa cosa succede quando un alunno resta fuori dalla mensa perché la famiglia non ha saldato la quota.

C’è un punto in cui il ragionamento sul tempo scuola smette di essere astratto e diventa concreto: il pranzo. Non è un dettaglio organizzativo, ma una scelta di modello. Il modo in cui una scuola tratta il pasto dice molto di ciò che considera essenziale e di ciò che continua a relegare a servizio accessorio.

In Italia la refezione scolastica è ancora classificata come “servizio a domanda individuale”, soggetto a tariffazione. Una definizione amministrativa che sposta il cibo fuori dalla sfera dei diritti e dentro quella del mercato. Il pasto diventa una commodity, non parte dell’esperienza educativa. Eppure è di fatto obbligatorio, perché senza mensa il tempo scuola non regge.

In altri ambiti pubblici questa distinzione è già superata. Nel sistema sanitario nessuno separa le cure dai servizi cosiddetti “alberghieri”: vitto e assistenza di base sono parte del diritto alla salute. Se il tempo a scuola è obbligatorio, il pasto che lo rende possibile dovrebbe rientrare tra i servizi essenziali.

Cibo bene comune

Qui emerge il cambio di paradigma: considerare il cibo non come merce, ma come bene comune. Non qualcosa da distribuire in base alla capacità di spesa, ma un diritto funzionale ad altri diritti fondamentali: istruzione, salute, uguaglianza sostanziale.

Un precedente esiste già. Nella scuola primaria la spesa dei libri di testo non ricade direttamente sulle famiglie: il costo è anticipato dagli enti locali e rimborsato dallo Stato. Nessuno li considera una prestazione a domanda individuale né li subordina all’Isee. Sono strumenti indispensabili per esercitare il diritto all’istruzione. È difficile spiegare perché lo stesso principio non debba valere per il pasto scolastico.

Questo punto pesa ancora di più guardando al contesto sociale. In Italia la povertà colpisce sempre più i minori: circa un bambino su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale. In molte famiglie il reddito non garantisce un’alimentazione adeguata. Per non pochi bambini il pasto a scuola è l’unico completo ed equilibrato della giornata. Renderlo universale significa tutelare diritti fondamentali.

Non a caso ha colpito la notizia di un undicenne fatto scendere dall’autobus mentre tornava da scuola perché senza biglietto. Quando perfino il tragitto casa-scuola può essere negato per ragioni economiche, è evidente che i servizi che rendono effettivo il diritto allo studio non possono essere trattati come prestazioni a domanda individuale. Il trasporto è funzionale al diritto allo studio, la mensa fa parte del tempo scuola.

Anche per questo le politiche pubbliche iniziano a riconoscere alla refezione una funzione educativa. I bandi per mense biologiche e a chilometro zero parlano di educazione alimentare e sostenibilità. Esperienze come “Io mangio a scuola” di Niko Romito a L’Aquila mostrano che qualità e servizio pubblico possono coincidere. Un’associazione di categoria come Anir Confindustriaparla apertamente di “cibo pubblico”. Il lavoro di Foodinsider, con il suo rating nazionale, dimostra che la qualità delle mense può essere misurata e migliorata e che dove si investe si ottengono risultati educativi e sociali migliori.

Un servizio gratuito

Il nodo è evidente anche nell’organizzazione del tempo scuola. All’infanzia e nel tempo pieno la mensa rende sostenibile la giornata. Nelle secondarie, invece, l’orario compresso fino al primo pomeriggio senza pausa produce giornate lunghe e faticose. Introdurre stabilmente il tempo del pranzo permetterebbe una scansione più umana e scuole aperte anche dopo le lezioni, con studio, sport, teatro, musica: un presidio educativo contro la solitudine degli adolescenti.

Resta l’obiezione dei costi. Ma i numeri raccontano altro. Nelle grandi città la refezione è già ampiamente finanziata dal pubblico. A Milano e a Roma la tariffa varia con l’Isee, con esenzioni per i redditi più bassi e contributi massimi che coprono solo parte del costo reale: il finanziamento è già misto.

In una città media, con meno di quattromila bambini a mensa, ipotizzando 5,20 euro a pasto per 185 giorni, la spesa annua lorda è intorno ai 3,7 milioni di euro. Una cifra rilevante ma compatibile con un bilancio corrente. Non sarebbe un costo tutto nuovo: una quota è già sostenuta dagli enti locali. La gratuità significherebbe assorbire la parte oggi coperta dalle tariffe ed eliminare fasce Isee, morosità e burocrazia. I costi resterebbero, ma non ricadrebbero più direttamente sulle famiglie: sarebbero sostenuti da tutti, attraverso la fiscalità generale.

Il punto non è se si possa fare, ma se si voglia riconoscere che la scuola non è solo istruzione. È cura del tempo di vita di bambini e ragazzi. E prendersene cura significa anche nutrire. Non a pagamento, ma come bene comune.

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